L’errore medico è la terza causa di morte negli USA. E in Italia?

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Roberta Doricchi intervista il dott. Stefano Montanari.

Roberta Doricchi – È appena uscita su YouTube l’intervista che lei e sua moglie avete concesso a Byoblu (https://www.youtube.com/watch?v=5Nt_QzsU1LE) . Come spesso accade alle sue conferenze, a vederla sia in diretta sia nella registrazione sono stati in tanti.

Stefano Montanari – Addirittura poco dopo mi è arrivata una mail da Arequipa, una città del Perù che visitai più o meno 45 anni fa. Ci avevano visti pure là, in mezzo alle Ande.

RD – Può darmi un suo commento?

SM – Ho ricevuto l’ennesima conferma. Io ho letto solo qualcuno dei commenti arrivati, e chi ha scritto si chiedeva perché noi non riuscissimo a sostenere la ricerca, perché non avessimo a disposizione nel nostro laboratorio il microscopio ma fossimo costretti a pendolare tra Modena e Pesaro potendo accedere all’apparecchio solo una volta la settimana. Al colmo dell’ingenuità, la domanda era perché le istituzioni non ci aiutino e, anzi, ci ostacolino. Insomma, perché tutti quei problemi?

RD – E la conferma…?

SM – Quello che so per annosa esperienza: la gente è presa dall’emotività e, magari, si commuove. Poi, cinque minuti dopo, è tutto dimenticato.  Noi continuiamo a ricevere quotidianamente richieste d’informazioni e, soprattutto, di aiuto e chi ci contatta pare convinto che l’informazione e l’aiuto gli siano dovuti in cambio di nulla. Anzi, c’è chi se la prende se non rispondo subito. Noi siamo in due e siamo senza i mezzi minimi.

RD – Certo. È un fatto che senza microscopio, senza quanto serve per mantenerlo, senza personale state facendo miracoli.

SM – Mi permetta di dire, a rischio di attacchi feroci, che, se le università italiane avessero il nostro indice di redditività scientifica, il nostro paese non arrancherebbe nella retroguardia della ricerca. Ma è inutile perdere tempo a strillare nel deserto. Se si vogliono i nostri risultati e il nostro aiuto, ci si deve mettere in condizione di lavorare. Altrimenti, si abbia almeno il pudore di non intasarmi la posta con le richieste più disparate. Noi non dobbiamo niente a nessuno.

RD – L’associazione Vita al Microscopio è garante di quanto viene donato. Per chi ci legge, ad oggi siamo arrivati a 221.899,10 Euro: una somma largamente insufficiente.

SM – Come ho ripetuto all’infinito, il prezzo d’acquisto per il microscopio è 488.000 Euro cui si devono aggiungere 120.000 Euro l’anno per mantenerlo, sempre tenendo conto che gli stipendi mio e di mia moglie assommano a zero Euro. Non mi pare che siamo arrivati ad un grande risultato dopo 28 mesi di raccolta.

RD – Cambiamo argomento. Un articolo del prestigioso British Medical Journal afferma che gli errori medici, e in questo sono compresi anche gli effetti collaterali dei farmaci, sono la terza causa di morte negli USA (https://www.bmj.com/content/353/bmj.i2139  Medical error – the third leading cause of death in the US (N.d.R.)]. Ne parla in un bell’articolo Marcello Pamio [http://www.informasalus.it/it/articoli/medici-farmaci-uccidono-guerre.php  (N.d.R.)].

SM – Si tratta di un dato che circola da anni, ma io sono convinto che si tratti di una pesante sottostima. I numeri sono presi dall’ufficialità, cioè da quanto i medici stessi riportano, il che comporta inevitabilmente una specie di censura preventiva. In Italia, poi, si nasconde tutto. Pensi che l’ISTAT conteggia le morti per le varie malattie ma non possiede neppure la voce “morti iatrogene”. Insomma, per i numeri di regime, da noi i medici sono quanto di meglio e i farmaci fanno sempre bene, mentre un morto americano su 10 deve la sua sorte ad errori della medicina e dei suoi operatori. In Italia e, occorre dirlo, in almeno un altro centinaio di paesi, le morti da farmaco sono prese in considerazione solo se con quel farmaco ci si è avvelenati e gli effetti collaterali semplicemente non esistono. Non parliamo, poi, delle grottesche bugie come quelle relative ai vaccini né degli errori non proprio di rado gravissimi dei medici.

RD – Lei dice spesso che i medici non conoscono la farmacologia…

SM – Non si deve generalizzare, ma temo che la maggioranza di loro ne ignori addirittura i fondamenti.

RD – E le ragioni?

SM – Le ragioni sono tante. Per prima cosa i medici non conoscono la chimica. Le quattro nozioncine che vengono distrattamente impartite nelle università servono a ben poco e senza conoscere la chimica è impossibile conoscere davvero la farmacologia. Ciò che il medico sa o, meglio, ciò che entra a far parte del suo bagaglio è in grandissima parte quanto gli viene raccontato dalle ditte farmaceutiche le quali, come è naturale, hanno come solo interesse quello di vendere i loro prodotti. Chiunque pensasse che i produttori di farmaci siano dotati di un’etica diversa da qualunque altro industriale mostrerebbe solo una bella dose d’ingenuità. Dove l’etica è davvero diversa è nel fatto che le ditte farmaceutiche operano sulla salute e sulla vita stessa, e questo dovrebbe pretendere una morale rigorosa e senza concessioni. Invece…

RD – Altre ragioni?

SM – La corruzione. La corruzione è la madre di tutte le altre ragioni. Senza fare di ogni erba un fascio, guardi che cosa s’insegna nelle università, chi quelle cose le insegna e il perché, come è arrivato a quel posto, come lo mantiene, che cosa accade a chi tenta di comportarsi secondo la deontologia medica…

RD – Cioè?

SM – “In scienza e coscienza” è la base della morale del medico con il Giuramento d’Ippocrate che lo obbliga a fare il bene esclusivo di chi gli si affida. In tutta onestà, dove stia la scienza resta un mistero, visto che ormai i farmaci non sono sperimentati per quanto dovrebbero o non lo sono affatto come è per i vaccini [http://www.stefanomontanari.net/perche-i-vaccini-non-sono-sperimentati/  (N.d.R.)]. Guardi alle sperimentazioni taroccate, cioè qualcosa che è peggio della mancata sperimentazione.

RD – Taroccate come?

SM – Esempi se ne potrebbero fare a iosa. Uno è quello relativo alle sperimentazioni chiamate in doppio cieco in cui di cieco non c’è proprio niente. L’altro esempio è quello di placebo che non sono affatto innocui. Un altro ancora è la scomparsa nei rapporti finali di tanti effetti collaterali, addirittura con l’esclusione delle cavie umane che nel corso della sperimentazione non danno i risultati desiderati. Ancora, il troppo poco tempo dedicato ad osservare gli effetti con la conseguenza che se un guaio si manifesta in ritardo, se ritardo può essere chiamato, è come se non esistesse. Ma potrei continuare.

RD – Per quanto riguarda la coscienza, credo non sia il caso di perderci tempo.

SM – Quando un medico accetta una mancia per ogni vaccinazione che pratica siamo già di fronte a qualcosa che fa ribrezzo. Quando prescrive senza necessità; quando non controlla il paziente come è indispensabile fare prima di somministrargli un farmaco, di qualunque farmaco si tratti; quando non informa i suoi pazienti… A questo proposito, qualche giorno fa una persona mi diceva di aver chiesto alla sua dottoressa informazioni sui vaccini ponendole qualche domanda e questa gli ha risposto che lui non poteva fare domande perché non era laureato in Medicina. Se si accetta questa filosofia, nessun medico potrà mai prescrivere un farmaco perché la sola facoltà universitaria che tratta in modo accurato e specifico di farmaci è quella di Farmacia. Ma il farmacista non può prescrivere farmaci perché non è laureato in Medicina. E, allora, i farmaci sarebbero ad uno stallo, forse con qualche beneficio sanitario. Ma, al di là della grottesca imitazione da parte di quella dottoressa di un personaggio su cui la decenza mi vieta di apporre aggettivi e trasformato mediaticamente, di tutte le assurdità, in scienziato, siamo di fronte a qualcosa su cui l’Ordine dei Medici, se pretende credibilità, dovrebbe intervenire senza sconti.

RD – Già: l’Ordine dei Medici…

SM – E qui entriamo in uno degli antri più bui della coscienza di cui si diceva. Se il medico pretende di agire secondo scienza e coscienza, non può ubbidire a diktat. Ma oggi moltissimi medici hanno abdicato non solo all’etica della loro professione e alla sua nobiltà ma pure alla dignità di uomini e si abbassano a fare da ottusi esecutori di ordini.

RD – A proposito di questo, vorrei sapere che cosa pensa del rifiuto degli operatori sanitari della sua regione di vaccinarsi [https://www.liberascelta.org/medici-sanitari-contro-obbligo-vaccinale/?fbclid=IwAR37umh8O5wN0A5s6a6B-5VzUSe0nCTct7r5OQOjDrgHpzVq9PGpJkVRju0 (N.d.R.)]

SM – Per non fare torto a nessuno, si sposti indietro di un po’ di anni e vada ai tempi della Rivoluzione Francese quando le teste cadevano per il diletto della folla nel cestino del boia. Per oltre un secolo e mezzo la famiglia Sanson, con grande fulgore negli anni della Rivoluzione, si tramandò di generazione in generazione l’arte del carnefice, e questo da molto prima che la ghigliottina fosse inventata per motivi umanitari… Sì, prima i condannati venivano ancor più spettacolarmente squartati. Bene: le pare che i signori Sanson ambissero a diventare utenti del servizio di stato? Così i medici oggi. Quelli sono degli esecutori di ordini e, come è per qualunque carnefice, quelli che in altri contesti sarebbero assassinii sono nient’altro che l’adempimento di un ordine del regime corrente. È ovvio che, se da carnefici si rischia di diventare condannati, l’atteggiamento cambia. Parlando in generale e fatte salve le dovute, luminose eccezioni, i medici avranno qualche falla morale ma non sono cretini come spesso potrebbero apparire a chi li osserva superficialmente. Le loro cose, in fondo, almeno quelle principali, le sanno, e sono perfettamente al corrente che i vaccini non solo non servono a nulla come è chiaramente constatabile dai dati statistici, ma possono essere micidiali come la loro stessa esperienza insegna. Dunque, perché mai dovrebbero fare a loro stessi ciò che fanno ad altri? Pittaco, uno dei Sette Sapienti, filosofo vissuto a cavallo tra settimo e sesto secolo avanti Cristo, fu l’autore della regola aurea del non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te inglobato poi dal Cristianesimo. Ma forse per i medici Pittaco è quello che Carneade era per Don Abbondio.

RD – Ma i medici lavorano proprio a contatto con i malati, con gli infetti…

SM – Lei mi sta dicendo che, se non si vaccinano loro…

RD – Appunto.

SM – Glie l’ho detto: non vogliono vaccinarsi e, in effetti, non si vaccinano perché non hanno nessuna voglia di rischiare la salute a fronte di nulla, nemmeno della mancia che ricevono quando rincorrono i bambini.

RD – A suo parere, che cosa faranno le autorità sanitarie di fronte a questa presa di posizione forse inaspettata?

SM – Qui posso esprimere solo un’opinione, per quello che vale. Le possibilità sono che si esentino dalla vaccinazione medici, infermieri e operatori sanitari in genere. Da un certo punto di vista, la cosa ci potrebbe stare, almeno per qualche settimana.

RD – Cioè?

SM – Beh, basta leggere i bugiardini, spesso molto onesti, o, almeno, onesti fino a un certo limite. Diverse vaccinazioni fanno del vaccinato un veicolo d’infezione. Per alcuni si tratta almeno di settimane e per altri vaccini si tratta di diventare untori a vita.  Dunque, se i medici si vaccinassero, infetterebbero i loro pazienti.

RD – Ma, allora, i ragazzi che sono vaccinati per salvaguardare un loro compagno di scuola immunodepresso?

SM – Fino a che avremo dei dirigenti scolastici privi di cultura e con un quoziente intellettivo sotto le scarpe…

RD – Ma parlavamo delle possibilità di esenzione.

SM – Siamo nel campo delle mie ipotesi che sono senza valore. Si potrebbe imporre sì la vaccinazione ma con i medici che potrebbero autocertificare l’avvenuta punturina o, in alternativa, con la possibilità di certificarsi reciprocamente, magari includendo tutta la famiglia. Una mano lava l’altra. O, ma qui saremmo al filmetto da quattro soldi, si produrranno apposta per i medici vaccini che altro non sono se non acqua fresca. Farsi pungere vale bene la conservazione del posto di lavoro. Ma alle stravaganze del regime il solo limite è la fantasia e io non ho quelle capacità. Dopotutto, il popolo è disposto a bersi qualunque cosa e noi siamo troppo impegnati con il Festival di Sanremo, l’ultimo talent show, la sostituzione di Cristiano Ronaldo e altri fatti di fondamentale importanza per accorgerci che non ci si porta via solo la salute e solo i pochi denari che restano ma anche la dignità.

RD – Veniamo all’ultimo argomento di oggi. Alla radio lei ha parlato dei viadotti che crollano.

SM – In fin dei conti il regime è coerente con se stesso. Quando il timone viene tenuto da degli incapaci, e per incapaci intendo pure i corrotti, è inevitabile che qualche guaio succeda. Un ingrediente fondamentale per tante costruzioni è il cemento e oggi il cemento non è proprio genuino. Stante l’incapacità dei politici di gestire i rifiuti, e questo con l’aggravante di tanti sedicenti esperti che sparano enormità a raffica, la soluzione proposta è quella della combustione. Combustione, cioè una sciocchezza che non si regge anche solo dal punto di vista della scienza elementare, ma sotto quella pratica c’è tanta sporcizia, qualcosa che con il rifiuto materiale non ha niente da spartire ma che è molto più sudicio. Dunque, si incenerisce. Più o meno un terzo della massa bruciata è trasformata in ceneri. E che ne facciamo di quella roba?  Un po’ in discarica dove fa danni a non finire, un po’ interrata sotto le strade, un po’ mescolata ai concimi con tutto quanto ne consegue e un po’ mescolata al cemento. Restando al cemento, le proprietà meccaniche del manufatto che ne esce sono scadenti ed è inevitabile che la sua stabilità non sia quella auspicata. Aggiunga a questo il fatto che di solito i manufatti, e tra questi i ponti e i viadotti, sono controllati e certificati da chi li ha costruiti o da chi li gestisce ricavandone quattrini e capire perché ponti e viadotti crollano non è difficile.

RD – Non le chiedo se ci sono speranze.

SM – Non me lo chieda.

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