Nuova intervista al dottor Stefano Montanari

Stefano-Montanari-34.jpg

Roberta Doricchi intervista il dott. Stefano Montanari.

Roberta Doricchi – In questi giorni si sta parlando molto del problema dell’ex-ILVA. Qual è la sua opinione?

Stefano Montanari – Credo che, per capire la situazione, sarebbe opportuno conoscere una storia vecchia di oltre un secolo e solo apparentemente nata nel 1961 dalla fusione di due aziende molto più antiche, l’ILVA e le Acciaierie di Cornigliano, una fusione che nel ’64 diventò l’Italsider. Allora c’era l’illusione che l’acciaio fosse il presente e il futuro del mondo. Come è stato per la plastica e come è per non poche altre realtà industriali, il tempo, di fatto un tempo brevissimo, ha dimostrato quanto gli strateghi fossero miopi e incapaci. A questo si unì il fatto che fino a pochi anni fa di ambiente non s’interessava nessuno e, di fatto, non si prestò attenzione all’impatto sul territorio e sulla salute causato da quello come da tantissimi altri impianti. Oggi si parla sempre dello stabilimento di Taranto come se si trattasse del solo del genere o, almeno, uno dei pochi. Poi, nella percezione popolare, è il solo ad avere problemi.

RD – Invece…?

SM – Invece d’impianti del genere, anche se non di quelle dimensioni, ce ne sono parecchi in Italia e il mercato dell’acciaio non è certo quello su cui si era scommesso.

RD – Dunque, come si sente per Taranto, c’è dovunque chi rischia il posto di lavoro.

SM – Inevitabilmente. Quando non c’è mercato, non ci sono motivi per produrre. Esagerando, è come se lei pretendesse di produrre pezzi di ricambio per le bighe dei circhi imperiali romani e di venderli.

RD – E allora, che si fa?

SM – Il gelo della logica dice che quegli impianti vanno chiusi o, comunque, ridimensionati tenendo conto della realtà del mercato. A questo punto, però, arriva la tragedia di chi nelle fonderie lavora e ci mantiene la famiglia. Così, interviene artificialmente la comunità nella figura dello stato. Il problema è quando lo stato è fatto da incapaci che altro non sanno fare se non appiccicare pezza su pezza e quelle pezze non possono reggere. Siamo arrivati persino all’assurdità, non la sola, di promettere un’immunità penale ai gestori dell’impianto pur di non farli scappare: qualcosa che a me fa accapponare la pelle.

RD – Ma, lasciando da parte il fatto di mantenere a forza e a spese pubbliche i posti di lavoro legati in qualunque modo a quell’impianto, c’è un futuro?

SM – Qui il discorso si fa più delicato. Lasciare a casa migliaia di persone è davvero una tragedia che può portare alla disperazione. D’altro canto, quell’impianto è fuori del tempo, e non mi riferisco solo al tipo di attività.

RD – Cioè?

SM – Ad inizio primavera del 2008 io andai a Taranto per la presentazione di un mio libro. In quell’occasione mi si fece fare un giretto intorno all’ILVA e ciò che vidi era semplicemente allucinante. Nella serata che seguì io feci notare ai tarantini presenti come la polvere metallica che si posava dovunque in strati molto spessi sarebbe inevitabilmente finita nei loro organismi e, come è ovvio, i loro organismi non sarebbero stati capaci di tollerarla con tutto quanto per me era evidente in termini di patologie. Senza che la cosa possa sorprendere, parlai al vento, senza un politico, senza un sindacalista, senza un’autorità sanitaria e alla presenza di poche persone che, magari, il giorno dopo non avrebbero ricordato nemmeno di avermi ascoltato.

RD – E che cosa accadde?

SM – Accadde ciò che con molte probabilità stava accadendo da anni: la gente si ammalava.

RD – Ma, se ricordo bene, allora non si parlava più di tanto del problema.

SM – Prescindendo da Taranto, uno dei trucchi più efficaci è quello di non nominare il problema. Ciò che importa a chi fa girare la giostra dei quattrini non sono i fatti ma la loro percezione, e, se i media, la magica TV in primis, non dicono niente, nella testa della gente il fatto non esiste. Magari non si raccolgono neppure i dati e la cosa è fatta perché non esistono i documenti.

RD – Di che malattie parliamo?

SM – Di certo tutte quelle che rientrano nell’elenco delle nanopatologie: malattie cardiovascolari, cancri, malattie neuroendocrine, malformazioni fetali, aborti… Da quanto mi viene riportato, a Taranto ci sarebbero pure tantissimi casi di endometriosi. In più ci sono le malattie legate agli inquinanti che non fanno parte delle nostre ricerche ma che sono indotte dalle sostanze organiche prodotte normalmente.

RD – Quali sostanze?

SM – Bisognerebbe fare dei rilievi. Comunque, mi parrebbe strano se non ci fossero diossine e furani in quantità.

RD – Se ricordo bene, lei ha lavorato su un caso di Taranto.

SM – Sì: un caso che non riesco a digerire come tutti quelli che coinvolgono i bambini. Venne da noi in laboratorio una giovane coppia con una borsa, e in quella borsa c’erano i frammenti del cervello del loro figlio morto di cancro all’età di cinque anni dopo aver subito innumerevoli interventi chirurgici e il massacro della chemioterapia. In quei pezzi di cervello c’era una quantità impressionante di particelle metalliche. Io non ho commenti. Faccia lei.

RD – Dunque?

SM – Dunque, si deve decidere se vogliamo risolvere il problema o continuare a trascinarlo peggiorandolo a furia di pezze tanto costose quanto inutili o, almeno, utili solo a garantire degli stipendi. Sia chiaro: il lavoro è sacro ma si deve svolgere in un ambito di sicurezza, e la sicurezza comprende la salvaguardia della salute di tutti, dai lavoratori al resto del mondo. Se qualcuno ci fa caso, l’articolo 41 della Costituzione, non solo dimenticata ma calpestata, è chiaro in proposito [“L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.” (N.d.R.)]

RD – In due parole…

SM – In due parole, se proprio non ce la sentiamo di accettare le chiacchiere, quell’impianto deve essere raso al suolo e, se si vuole continuare, deve essere rifatto dalle fondamenta secondo criteri che tengano la salute e l’ambiente come priorità. Gli sbocchi commerciali non mi riguardano. Questa, naturalmente, è solo la mia opinione e io non conto nulla, così come nulla conta la salute agli occhi di chi fa impresa e di chi fa politica. Sono certo che i geni di quella che ci ostiniamo a chiamare politica saranno di avviso diverso, pronti, poi, a rivoltare la frittata non appena farà loro comodo. Non credo sia necessario fare esempi relativi anche a questo problema.

RD – Lei diceva che in Italia ci sono altre realtà in qualche modo simili.

SM – Se vogliamo limitarci alle fonderie, ce ne sono tantissime. La prima che mi viene in mente è la cosiddetta ferriera di Trieste, ma si potrebbe compilare un elenco infinito, e su qualcuno di quegli esempi abbiamo anche lavorato per quanto ci è stato possibile.

RD – Posso chiedere perché le è subito venuto in mente Trieste?

SM – Perché qualche anno fa mia moglie ed io fummo chiamati ad interessarcene da due parlamentari. Andammo e constatammo ciò che si poteva constatare dall’esterno: una situazione curiosa. Vado a memoria: l’impianto è di origine austro-ungarica, risale a fine Ottocento [1896 (N.d.R.] e si trova nel quartiere di Servola, una zona densamente abitata. Intorno, dappertutto, c’erano dei begli strati di polvere nera. Da quanto so, tutti i limiti relativi ai parametri ambientali erano polverizzati (e lo dico in tutti i sensi) ma, sempre da quanto mi fu detto, i politici locali decisero che si poteva tranquillamente andare avanti in deroga a quei limiti, limiti, peraltro, puramente burocratici che niente hanno a che fare con la salute.

RD – Ma poi avete avuto la possibilità di indagare sull’ambiente?

SM – Come di regola accade, no. Se si tratta di fare delle chiacchiere, non ci sono problemi. Se si tratta d’impegnarsi e, peggio ancora, di correre qualche rischio di carriera o di altra natura, si fa finta di niente. Ma, dopotutto, se anche avessimo potuto fare i nostri rilievi, sarebbe stato tutto inutile. Guardi a ciò che pubblichiamo da anni sui vaccini, e si tratta di analisi su cui è impossibile obiettare. Ne sono al corrente i Carabinieri del NAS, le Procure, l’Istituto Superiore di Sanità, il Ministero della Salute, l’EMA… Nesuno ripete quelle analisi. Nessuno si presta ad un confronto. Al massimo dicono che siamo brutti e cattivi e tanto basta. Per Trieste sarebbe stata la stessa cosa.

RD – Li ha accennato a soluzioni inefficaci e costose a spese della comunità…

SM – Esempi ce ne sono a iosa. In tutt’altro ambito da quelli che mi competono, pensi ad Alitalia. Ogni giorno noi paghiamo ben oltre un milione di Euro per mantenere qualcosa che non ci serve. Nazioni come gli Stati Uniti, come il Canada, come la Germania, come la Gran Bretagna, come il Belgio, come l’Australia non hanno una compagnia di bandiera e non mi pare ne soffrano. Dal punto di vista meramente pratico sarebbe molto meglio vendere per un Euro la compagnia e pagare gli stipendi ai dipendenti restati senza lavoro con il denaro dei contribuenti. Ci costerebbe molto meno. Ma le mie sono solo opinioni.

RD – Cambiamo argomento e veniamo ai vaccini. Ho sentito che in Emilia Romagna stanno partendo le multe per chi non si vaccina.

SM – L’Emilia Romagna come, del resto, la Toscana, è afflitta da politici ansiosi di apparire primi della classe. Dunque, non c’è da stupirsi se questi personaggi si affannano ad accanirsi in nome di una legge non solo assurda, non solo dannosa per la salute, non solo in disprezzo della dignità umana ma del tutto contraria alla Costituzione oltre che ad una lunga serie di trattati internazionali che l’Italia, come spesso è il caso, sottoscrive con entusiasmo per dimenticarsene poi nello spazio di un mattino. Tenga anche conto del fatto che quella legge fu ideata da un parlamento non eletto secondo la Costituzione e mantenuta in vigore da un parlamento ugualmente illegittimo.

RD – Dimenticando il modo con cui il parlamento è costituito, a suo modo di vedere c’è qualche partito disposto a cancellare la legge sull’obbligatorietà delle vaccinazioni?

SM– No: la servitù a Big Pharma fa troppo comodo. C’è una galassia di partitini che vorrebbero quell’abolizione ma temo che, tutti insieme, non raccatterebbero abbastanza voti per avere un solo rappresentante in parlamento. Inoltre, di certo a quei partiti non si darebbe voce nei media e io ne ho esperienza personale. In fondo, è il popolo italiano ad aver gettato alle ortiche la propria dignità.

RD – Rimaniamo in Emilia Romagna. Da quanto trapela sul caso Bibbiano pare che gli orrori continuino con bambini che ancora non sono restituiti alle famiglie.

SM – Le confesso di non saperne nulla. Posso dire solo due cose: la prima è che non bisogna mai prendere per oro colato ciò che propinano i mezzi di cosiddetta informazione. Il che, nello specifico, potrebbe significare tre cose: ciò che è riportato è vero; ciò che è riportato è esagerato, vale a dire che si fa di ogni erba un fascio e non si fanno i dovuti distinguo tra le varie responsabilità o, infine, le cose stanno peggio di quanto riportato, magari per coprire qualche magagna. La seconda cosa che posso dire è che mi auguro che si faccia davvero giustizia, cosa che non è sempre garantita.

RD – Altro cambio di argomento, restando, però, in campo sanitario. Da qualche giorno si parla del bambino di Torino nato con l’ittiosi “Arlecchino”.

SM – Una delle tante malattie rare e, per questo, orfane, dove l’aggettivo orfano significa che non sono interessanti per Big Pharma, non garantendo una clientela sufficiente proprio per la loro rarità. Una delle tante idee stravaganti che vengono infilate nei cervelli del popolo bue è che le ditte farmaceutiche facciano della filantropia. Nulla di tutto questo. Si tratta di imprese in cui l’unico scopo è fare quanti più soldi sia possibile e il bene comune è l’ultimo dei loro interessi, se mai è stato contemplato. Chi si è preso la briga di contare le malattie orfane è arrivato a numeri che variano tra il 7.000 e il 10.000 con patologie che spessissimo nulla hanno a che fare l’una con l’altra. Così, stanti quei numeri e la scarsità della potenziale clientela, non sarebbe un investimento economicamente premiante cercare qualche soluzione. Ci si renda conto che molto spesso immaginare una terapia che porti alla guarigione è utopia pura, ma, almeno in non pochi casi, una cura che allevi le sofferenze potrebbe essere possibile. Ma impegnarsi in quel senso non rende e, allora, in poche parole, molto crudamente, che questi crepino senza disturbare troppo.

RD – Ma quel bambino…

SM – Una tragedia, non ci sono dubbi, ma ha idea di quante tragedie che coinvolgono i bambini e, di riflesso, le loro famiglie si consumano ogni giorno senza che i media colgano l’occasione per suscitare pubblica emozione? Pensi solo alle malformazioni indotte dall’inquinamento su cui non si fa niente, ai danni da vaccino, a quelli da abuso di farmaci, alle malattie contratte nei nostri ospedali… Di tutto questo non si parla.

RD – Lei ha accennato all’abuso di farmaci…

SM – È un fatto che i medici, fatte salve le dovute eccezioni, conoscono poco i farmaci. Avendo scarse nozioni di chimica, non si rendono conto dei pastrocchi che fanno con tante prescrizioni. Io continuo a vedere neonati imbottiti di cortisone, di paracetamolo, di antibiotici, addirittura non di rado tutti insieme. Tutte quelle porcherie lasciano tracce indelebili negli organismi. A questo si aggiunge l’orrore delle presunte sperimentazioni.

RD – Orrore?

SM – Che i vaccini non si sperimentino è un fatto accettato per legge. Il pochissimo che si fa è limitato a numeri di cavie tanto esigui da essere ridicoli e non si va oltre ad osservare se in quel piccolo numero di cavie umane ci sono casi di morte o, comunque, di effetti collaterali enormi e verificati a tempi brevi. Brevi perché il tempo costa soldi. Gli altri farmaci sono sperimentati su popolazioni numericamente trascurabili e per tempi a dir poco insufficienti. La più bella prova è che della tossicità di non pochi medicinali ci si accorge dopo anni e solo perché gli effetti collaterali, tra cui non proprio raramente la morte, hanno colpito la clientela che altro non era se non uno splendido stabulario di cavie paganti.

RD – E, allora, che fare?

SM – Anche gli addetti ai lavori faticano ad orientarsi, tanto distorta è l’informazione che arriva. Pensi solo alle falsificazioni che vengono pubblicate quotidianamente dalle riviste mediche anche grazie alla truffa ignobile e furbesca costituita dal sistema chiamato peer review.

RD – Di che si tratta?

SM – Le riviste hanno una squadra di personaggi che vengono presentati come esperti della materia, e quei personaggi decidono se un articolo che viene proposto è o non è da pubblicare. Questo offre un’immagine di grande serietà e di rigore della rivista mentre, nei fatti, è il cuore della truffa. Spesso quei cosiddetti esperti hanno relazioni strettissime con le ditte farmaceutiche o, comunque, produttrici di qualcosa che viene usato in campo sanitario e, allora, per salvaguardare i loro introiti e i loro privilegi, operano censure strettissime. Insomma, tutto quello che può in qualche modo danneggiare o imbarazzare chi li paga è bandito ed è anche per questo che sono pagati.

RD – Lei sta dicendo che ciò che viene pubblicato dalle riviste mediche non è credibile.

SM – Le ho detto che anche un addetto ai lavori fatica ad orientarsi. Richard Horton e Marcia Angell, personaggi di spicco delle due maggiori riviste mediche a livello mondiale, sono concordi nell’affermare che metà di ciò che si pubblica è falso. In realtà, è molto più di metà ma, comunque sia, va tutto preso con le pinze. Venendo ad un livello molto pratico, io sconsiglierei di assumere qualunque farmaco che non abbia almeno una decina d’anni di storia alle spalle.

RD – Vorrei chiudere questo nostro incontro di oggi dicendo che Vita al Microscopio, l’associazione che controlla la raccolta fondi per l’acquisto dell’apparecchio che vi è stato portato via, ha ricevuto l’aggiornamento. Sono arrivati finora 221.569,90 Euro.

SM – Come vede, negli ultimi mesi non è arrivato quasi nulla e il microscopio che si dovrebbe acquistare costa 488.000 Euro. Poi ci sono tutte le spese per mantenerlo. In fin dei conti, la cosa non mi riguarda più. Mia moglie ed io ci siamo resi disponibili, abbiamo lavorato a nostre spese per oltre 15 anni e abbiamo raccolto insulti, diffamazioni, persecuzioni e tante seccature assortite. Se alla gente non importa niente della nostra ricerca, almeno non venga a piagnucolare da noi e a pretendere informazioni e risultati.

RD – Ma voi continuate a fare le anamnesi per il centro Stelior di Ginevra?

SM – Sì: lo facciamo perché, soprattutto da quando è arrivata la turpitudine dei vaccini obbligatori, a Ginevra non ce la fanno più a fare le anamnesi, che, detto fra parentesi, prendono un giorno e mezzo di lavoro ognuna. Pensi che in lista d’attesa ci sono più di 300 nostri connazionali. E, allora, diamo una mano facendo noi le anamnesi che ci sono richieste da degli italiani. Resta il fatto che chiunque può rivolgersi direttamente a Ginevra.

RD – Stavolta chiudiamo davvero. Ho letto sul suo blog che sta per uscire l’edizione italiana del libro La Fumosa Storia dell’Uomo (e Dei Suoi Rifiuti) che era stato già pubblicato in francese.

SM – Sì, dovrebbe uscire a giorni. È un libro che ho scritto per i ragazzi ma che penso possa dare spunti di riflessione anche a chi ragazzo non è più. E poi ci sono le illustrazioni di Simona Bassano di Tufillo che sono semplicemente deliziose.

Diffondi questo articolo

PinIt