Riviste e pubblicazioni scientifiche: quanto sono affidabili?

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Il dottor Stefano Montanari durante la sua ultima conferenza al Teatro Aldo Rossi di Borgoricco (PD)

Roberta Doricchi intervista il dottor Stefano Montanari a proposito di riviste e pubblicazioni scientifiche.

 

Roberta Doricchi – Oggi vorrei cominciare la nostra conversazione ritornando su un argomento ricorrente: i vostri dati non sono pubblicati su una rivista indicizzata e questo ne inficerebbe la validità.

Stefano Montanari– A parte il fatto che abbiamo non poche pubblicazioni su riviste che indicizzate sono, ricorrente è uno degli aggettivi giusti. Mortificante è un altro. Mortificante per chi dimostra tutta la sua nudità culturale e morale abbassandosi a livelli simili.

RD – Si spieghi.

SM – Chi avanza una critica del genere confessa di non avere capacità di giudizio e di delegare a questo qualcun altro. Chi, poi, sia quel qualcun altro pare non rivestire importanza: deve essere qualcuno al quale ci si affida ciecamente accettando da lui qualunque cosa. Insomma, un ipse dixit, per di più di infimo ordine, condannato e deriso come atteggiamento dalla filosofia e dalla storia, un atto di fede che non ha diritto di cittadinanza nel mondo scientifico. Ma, di fatto, chi arriva a stupidaggini del genere con la scienza non ha nulla a che fare. La scienza è una cosa seria.

RD – Che cosa sono le riviste mediche indicizzate?

SM – Decenni fa, con la comparsa sempre più frequente di riviste mediche, fu inevitabile accorgersi che non c’erano risorse per mantenerle. Ogni minuscola società specialistica voleva la sua: i cardiologi, i radiologi, gli ortopedici,  i ginecologi, gli oculisti, i dentisti… Poi, come sempre accade, all’interno delle specialità ci furono divisioni: spesso lotte per acquisire una poltroncina che spesso era appena uno strapuntino. Personaggi tronfi ambivano ad un titolo qualunque: essere presidente di qualcosa o anche solo ricoprire una carica era una sorta di rivincita a fronte di una condizione che spesso rasentava la nullità. Nel mio quasi mezzo secolo di frequentazione dei medici personaggi simili ne ho conosciuti a iosa. Insomma, il numero delle riviste crebbe a dismisura e bisognava mantenerle tutte, pur con tirature da giornalino di parrocchia. A quel punto si doveva attribuire un valore alla pubblicità commerciale e al costo da pretendere per la pubblicazione di un articolo, un prezzo giustificato come rimborso delle spese, magari per la riproduzione delle immagini che corredavano il testo. Fu così che nacque il cosiddetto “impact factor”.

RD – Di che cosa si tratta?

SM – Semplificando, una rivista pubblica un articolo e quell’articolo viene citato nella bibliografia di altri articoli in altre riviste. Si conta quante volte l’articolo sia stato citato e quel numero diventa un indice di popolarità o, se vuole, di diffusione di quella rivista.  Più è alto quel numeretto, più costa prendere spazi nel giornale.

RD – Non mi pare ci sia nulla di male.

SM – E, infatti, non c’è. Ma bisogna tenere conto che esistono i furbetti e i gonzi, e allora…

RD – E allora?

SM – E allora un articolo viene materialmente scritto da una, due o tre persone che hanno effettivamente eseguito la ricerca, sempre che ricerca ci sia stata. Ma quell’articolo viene firmato da dieci, dodici, quindici persone che non hanno la più pallida idea di che diavolo si tratti.

RD – Non credo di capire l’utilità…

SM – Io scrivo due articoli in un anno, che è già tanta roba se davvero ho fatto una ricerca, ma, con quel giochetto, mi trovo ad averne firmati venti. Sì, perché coloro che ho inserito come autori fasulli nel mio articolo ricambieranno il favore mettendo il mio nome nel loro. Ma c’è di più: ognuno di loro citerà gli articoli degli altri, a proposito o a sproposito non importa, e così le citazioni si moltiplicheranno in una specie di reazione a catena. In questo modo tutti i furbetti ne godranno, chi mettendo nel suo curriculum un rosario di pubblicazioni di cui sa poco o nulla e chi, le riviste, aumentando il loro impact factor: ossigeno per sopravvivere.

RD – E i gonzi?

SM – I gonzi sono tutti coloro che, ignorandone origine, usi e costumi, credono che l’impact factor abbia un valore scientifico, il che non ha nulla a che vedere con ciò per cui quell’indice è nato. Se si osserva la cosa con fredda obiettività, la credibilità delle riviste mediche è a dir poco dubbia. Da anni il direttore del Lancet e la direttrice del New England Journal, le riviste mediche considerate di maggior prestigio, scrivono chiaramente che metà di ciò che viene pubblicato è falso.

RD – È davvero così?

SM – No, non è così. Ad essere falso è enormemente più della metà e per alcuni argomenti ci si avvicina alla totalità. Ma non c’è niente di nuovo. Io stesso ho assistito di persona già decenni fa alla falsificazione di esperimenti e a quella di dati.

RD – Non capisco, però, perché si dovrebbero falsificare i risultati.

SM – Perché la miriade di riviste mediche esistenti non avrebbe alcuna possibilità di sopravvivere se le ditte farmaceutiche e i fabbricanti di attrezzature ospedaliere non le mantenessero di peso, cosa che per loro, per le industrie, è una vera e propria manna. In quel modo s’impone una censura ferrea e si fa uscire solo quello che fa comodo o, comunque, quello che non dispiace a chi paga per diventare padrone della cultura corrente. Negli anni non solo la cultura medica è stata distorta vistosamente ma lo è stata anche la capacità di giudizio e sarà molto difficile recuperare.

RD – E allora, che si fa?

SM – E allora siamo in una situazione poco simpatica, carbonara in più di una circostanza. Se le proprie ricerche rivelano qualcosa che può mettere a rischio il business enorme del farmaceutico, ci si trova di fronte a più scelte. La prima è che si tace e si butta tutto. Questo, però, non è gradito a chi ha sponsorizzato la ricerca, cioè, senza fare ipocriti giri di parole, a chi fa sì che un laboratorio o, addirittura, un’intera università stiano in piedi. La ditta ha pagato per avere i risultati che le permettono di continuare o, meglio, di aumentare il giro di affari, e per loro la sponsorizzazione è un investimento che deve rendere. E allora, se si vuole tenere aperto il laboratorio, si modificano i dati.

RD – Sta a dire che li si falsifica.

SM – Certo. Ma i dati falsi sono accettati senza problemi dalle riviste perché lì c’è un gruppo di persone chiamate referee, in inglese gli arbitri, che giudicano il valore dell’articolo e ne consentono o ne vietano la pubblicazione. Ma questi giudici hanno di norma un occhio di riguardo, per così dire, verso le aziende farmaceutiche perché, in un modo o nell’altro, da quelle ricevono vantaggi, spesso vantaggi enormi. Denaro, carriera o, per i più insignificanti, ribalta.

RD – Da quello che mi dice, non se ne esce.

SM – Non è proprio così. Ammettendo che lei trovi i soldi per fare una ricerca, cosa non proprio comune, e che i suoi risultati contrastino con il business, cosa tutt’altro che rara, lei può cercare una rivista non indicizzata disposta a rischiare e lì, attraverso quella, rende pubblici i suoi dati. Naturalmente ci si deve aspettare come inevitabile la guerra condotta dalle case farmaceutiche e dalla minuta, numerosa soldataglia di pseudo-scienziati che non possono esimersi dal compito di piccoli manutengoli.

RD – E la guerra come è condotta?

SM – Senza fantasia. Da una parte le case farmaceutiche minacciano il piccolo giornale e dall’altra i signori Nessuno tentano grottescamente attacchi a livello personale che, in campo scientifico, quello vero, intendo, non solo lasciano il tempo che trovano ma squalificano chi li porta.

RD – Se opposizione deve essere, come dovrebbe essere fatta?

SM – Secondo le regole del dibattito scientifico, un dibattito che ci deve essere, che stimola lo spirito critico e che genera idee nuove.

RD  – Cioè?

SM – La cosa più onesta è rifare l’esperimento, la prova, l’analisi o, comunque, ciò che s’intende criticare. Se questo, per qualunque motivo, non è possibile, si fa un esperimento con modalità diverse ma mirato allo stesso obiettivo. Poi si confrontano i risultati. Invece, trattandosi, almeno nel caso che mi riguarda, di personaggi che sono delle vere e proprie nullità e che non sarebbero comunque capaci di comportarsi da scienziati, si mettono in coda delle folle intere, tutti figuranti disposti a regalare la propria dignità in cambio di una miseria. E questi poveretti si aggrappano ad argomentazioni mortificanti per loro stessi. Una di queste, la più frequentata, è giudicare non il contenuto dell’articolo ma il supporto cartaceo o informatico su cui la comunicazione è pubblicata.  Insomma, che due più due faccia quattro è falso se lo si scrive sulla porta del bagno dell’autogrill e diventa vero solo se è riportato su pergamena. In fondo, è una banale questione di cultura, d’intelligenza e di onestà: tre caratteristiche che temo essere introvabili in certe povere figurine che vanno per la maggiore presso un pubblico di sprovveduti, talmente sprovveduti da diventare complici di coloro dei quali sono vittime.

RD – E, al di là di un ambito scientifico, come si ripercuote tutto questo sulla vita dei comuni mortali?

SM – Beh, le ripercussioni sono più importanti di quanto forse non si pensi. Se parliamo di salute, dare credito a certi personaggi significa affidarsi non solo a ciarlatani ma a qualcuno che, privo di remore morali, non si ferma davanti a niente pur di arrivare alla meta. La sua meta, naturalmente. Eppure sarebbe così facile smascherare quei soggetti: basterebbe  che, invece di unirsi al gregge al loro seguito, si pretendesse da loro un confronto con chi dice altre cose. Ciascuna delle parti si presenta con i dati propri e ci si confronta. Facile.

RD – Ma non mi pare che di confronti ce ne siano stati.

SM – Di sicuro non con me. Ormai sono anni che chiedo un confronto, ma non c’è niente da fare: quelli strillano, insultano, criticano a casaccio, inventano le accuse più ingenuamente assurde ma di confronti non se ne parla proprio. Dopotutto li capisco: sanno perfettamente che da un confronto secondo le regole uscirebbero a pezzi e, dunque, finché la farsetta regge, vanno avanti. In fondo mi fanno pena.

RD – Mi lasci deviare un attimo. Che ne dice del professor Burioni che dà del somaro a chiunque non gli dia ragione?

SM – Posso dire che, finalmente, parla di qualcosa che conosce in prima persona per esperienza diretta: i somari. I somari a 365 gradi come ha recentemente affermato, rendendo il mondo edotto di aver scoperto che l’angolo giro non si ferma a 360 gradi ma fa un giro e un po’ e che i gradi equivalgono al numero di giorni dell’anno solare. Ora, magari, accadrà che ogni quadriennio avremo gli asini bisestili. Insomma, un vero e proprio luminare.

RD – Confronti con lui?

SM – Vede, il personaggio non è stupido: da anni chiedo un confronto ma lui il confronto lo evita come un grande sciatore di slalom fa con i paletti.

RD – Eppure a Modena vi siete incontrati.

SM – Niente affatto. Quando lui venne nella città in cui abito per presentare il suo allora ultimo libro di veterinaria, vale a dire sui somari, io c’ero e tentai d’incontrarlo davanti a centinaia di persone. Con grande prudenza, però, il personaggio si dileguò per non ricomparire più nella serata. Infondo, bisogna ammetterlo, è in gamba. Io non ce la farei a scappare.

RD – Cambiamo argomento: è vero che qualche giorno fa ha tenuto l’ultima conferenza?

SM– Sì, è vero. Con quella conferenza mi proponevo anche di raccattare qualche soldo finalizzato all’acquisto e al mantenimento del microscopio elettronico e il risultato è stato un vero e proprio insulto. C’è chi se n’è andato dopo essersi goduto lo spettacolo senza lasciare un centesimo e c’è stato qualcuno, uno sconosciuto, che ha lasciato una moneta ucraina del valore di tre millesimi di Euro. Ora mi chiedo perché mai dovrei massacrarmi per chi si limita a piagnucolare e, quando si tratta di mettere mano al borsellino, se la svigna? Se di sottrarre i bambini al massacro di regime praticato con la somministrazione folle e indiscriminata di farmaci tossici non interessa ai genitori, perché dovrei prendermene carico io?

RD – Qualcuno pensava che lei entrasse in politica.

SM – Per fare che? Il solo fare campagna elettorale costa denaro e, se si fa tanta fatica a cavare un Euro da chi ha i figli a rischio, lei pensa che ci sia chi sacrifica un pacchetto di sigarette per farmi andare in parlamento? E poi, in quell’ambito io sarei più solo di San Giovanni nel deserto. Insomma, io non servirei a niente. Io sono solo uno scienziato e posso servire se mi si mette in condizione di fare ciò che so fare. Evidentemente la cosa non interessa e, allora, non sono più fatti che mi riguardino.

RD – Cambiamo ancora argomento. È vero che è uscito un suo libro in estone?

SM – Sì: un libro sui vaccini che ho scritto con mia moglie e con il francese Serge Rader. Di fatto a Tallinn è uscita una traduzione dal francese. Naturalmente questo non ha la minima importanza in Italia dove non mi pare che la lingua estone sia particolarmente praticata.

RD – Che cosa c’è per il suo futuro?

SM  – Io mi sono dato disponibile a continuare la ricerca e il conseguente supporto a chi mi chiede quotidianamente aiuto. Per fare questo mi si deve mettere in condizione di operare. Ad oggi non lo sono, ma sono fatti che non mi riguardano. Se non servo, se entro fine anno resterà tutto com’è, userò quanto è arrivato per completare qualche ricerca e poi, finalmente, mi riposerò. Non mi si venga a cercare, però.

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