Questione di impact factor

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Roberta Doricchi intervista il dott. Stefano Montanari.

 

Roberta Doricchi – Di solito lasciamo passare un paio di settimane o qualcosa di più tra un’intervista e l’altra ma questa volta credo occorra fare una specie di edizione straordinaria. L’articolo sui vaccini che ha pubblicato [http://medcraveonline.com/IJVV/IJVV-04-00072.pdf (N.d.R.)] sta facendo il finimondo. Che cosa sta succedendo?

Stefano Montanari – Pubblicare qualcosa che metta in luce i problemi dei vaccini, che sono davvero tanti, è un’impresa. La censura vigente è feroce e anche scienziati di prima grandezza ne sono costantemente vittima: i vaccini sono un business di regime, devono risultare senza macchia e chi di macchie ne scorge una deve tacere spontaneamente o messo a tacere se la spontaneità manca. Come siamo riusciti a pubblicare non saprei proprio dirglielo, per di più passando attraverso referee, cioè gli scienziati anonimi che fanno le pulci al lavoro, che ponevano domande a volte un po’ curiose. Ma, alla fine, la pubblicazione c’è stata.

RD – Da quello che vedo nei vari siti Internet l’interesse è stato enorme.

SM – Nel bene e nel male. Abbiamo ricevuto complimenti da tutto il mondo e, parallelamente, raffiche d’insulti. Ormai non è certo una sorpresa: i vaccini sono fonte di quattrini e di carriera per qualcuno e oggetto di culto religioso per una folla immensa che non vuole perdere la sua coperta di Linus. Sottoporre ad analisi quei farmaci è, né più né meno, un atto blasfemo agli occhi di un’infinità di persone e la reazione non poteva che essere quella.

RD – Ma in definitiva, che cosa è successo?

SM – L’origine di tutto l’ho raccontata mille volte: negli ultimi 15 anni o giù di lì mia moglie ed io abbiamo analizzato 30 vaccini con il nostro metodo, quello, cioè, che è derivato anche dai due progetti di ricerca europea di cui mia moglie fu a capo. L’esito è stato che tutti i campioni analizzati, e non di rado un vaccino è stato analizzato in più campioni, sono risultati più o meno pesantemente inquinati da micro- e nanoparticelle delle composizioni, forme e dimensioni più varie. Dopo anni e dopo aver accennato dei dati usciti dalla ricerca nel nostro libro Case Studies in Nanotoxicology che abbiamo pubblicato in America su richiesta del maggiore editore del mondo in quel settore siamo riusciti a pubblicarli in una rivista specializzata proprio nei vaccini.

RD – Dicevamo delle reazioni.

SM – Divise in tre gruppi: le ditte farmaceutiche e le istituzioni, coloro che si spacciano per esperti e l’uomo della strada. Il primo gruppo se ne è restato nel silenzio più totale, i sedicenti esperti del tutto spiazzati e l’uomo della strada, anzi, spesso non uomini ma donne, con reazioni contrastanti. Partiamo da quest’ultimo gruppo: molte persone chiedono l’articolo in traduzione italiana anche perché non hanno voglia di leggere il nostro libro Vaccini: Sì o No? e pretendono di vedersi servire senza sforzo le informazioni. Quel libricino contiene tutti i concetti espressi nell’articolo e ai non specialisti basta e avanza. Altri, e devo dire non sono pochi, ci scrivono entusiasti mentre altri ancora ci mandano gli insulti classici dei fanatici che vedono messe in pericolo le loro credenze. Nessuno stupore: i talebani esistono anche fuori dell’ambito religioso propriamente detto. La mail più buffa l’abbiamo ricevuta dall’Inghilterra: una signora ci chiede di dimostrare che l’articolo l’abbiamo scritto noi perché tre amiche sue di professione casalinghe sostengono che ciò che è riportato è falso e, addirittura, qualcuno ha firmato il testo con il nostro nome. Insomma, un testo apocrifo. La chicca finale è che queste signore sostengono che l’ultimo articolo scientifico di mia moglie risalirebbe al lontano 2008. Dopo di allora il nulla.

RD – Ma lei ha risposto?

SM – Mia moglie è molto più paziente di me e ha risposto lei. Ma le reazioni più spettacolari sono quelle di chi si contrabbanda per esperto. Si parte da chi scrive, naturalmente non a noi ma scatenandosi nei vari siti Internet, affermando di non perdere nemmeno tempo a sbugiardarci. Poi c’è chi ha dato ad intendere che la rivista su cui abbiamo pubblicato è carta straccia perché, a detta loro, avrebbe un impact factor di 0,19. La cosa è totalmente irrilevante, anche se occorre dire che l’impact factor è 2,32 e chiunque lo può constatare informandosi direttamente presso la rivista. Ma, ormai, raccontare le bugie, anche le più inutili, è diventata la regola.

RD – Le dispiace spiegare in due parole che cos’è questo impact factor?

SM – Si tratta di un indice che non dice nulla sul valore scientifico del contenuto dei vari articoli e serve solo a stabilire quanto costa pubblicare.

RD – Scusi se la interrompo: per pubblicare si paga?

SM – Certo. Questo anche se la gente comune non lo sa. Le dirò che un dentista che imperversa su Internet e che riesce ad introdursi più o meno dovunque ha raccontato al suo pubblico che il nostro lavoro non vale niente perché è stato pubblicato a pagamento. È evidente che questo poveretto, peraltro completamente estraneo al mondo della scienza come si evince facilmente dall’assenza di qualunque ricerca o pubblicazione anche d’infimo livello oltre che dalle stupidaggini che dice, ignora che tutte le riviste mediche pubblicano solo a pagamento e il costo è tanto più alto quanto più alto è l’impact factor di cui dicevamo.

RD– Scusi ancora. Riprendiamo con l’impact factor.

SM – IF per gli amici. La cosa è piuttosto semplice: si conta il numero di citazioni in articoli scientifici che la rivista ha ottenuto per gli articoli da lei pubblicati. Più alto è quel numero, più alto è il cosiddetto IF.

RD – Mi pare corretto.

SM – Corretto se non si è del mestiere. Deve sapere che da molti anni invale l’uso di far passare per autori di un articolo persone che non solo non hanno partecipato alla ricerca ma spesso non hanno nemmeno idea dell’argomento. In questo modo un articolo frutto, magari, del lavoro di ricerca di una o due persone si trova una dozzina, anche una ventina, a volte, di autori. Il giochetto è utile al gruppo perché quegli autori abusivi produrranno a loro volta articoli in cui figureranno come autori coloro che erano stati gentili nei loro riguardi. Insomma, io ho lavorato per due articoli in un anno ma, in una specie di automoltiplicazione come avviene in una reazione a catena, risulto autore di un numero enorme di pubblicazioni. In questo sistema è uso citarsi a vicenda, cosicché un articolo da quattro soldi si trova citato ad ogni piè sospinto, gonfiando così l’impact factor della rivista. Poi c’è il giochetto delle case farmaceutiche. Soprattutto quelle più grandi dispongono di una squadretta di ragazzotti addestrati che scrivono lavori fasulli e quei lavori fasulli vengono fatti firmare da cosiddetti scienziati. Io stesso fin da studente e, comunque, quando ero giovanissimo ho scritto in tutto o in parte articoli che naturalmente non ho firmato. Ma, almeno, si trattava di cose vere per quanto di modesta importanza. Comunque, ecco, allora, che il cosiddetto scienziato che mette la firma incassa un premio che può essere in denaro contante o in viaggi di svago magari uniti a congressi di lusso cui non si disturba a presenziare o in regali di varia natura e si ritrova, in aggiunta, un po’ di pubblicazioni da aggiungere alla sua bibliografia con cui presentarsi al prossimo concorso. La casa farmaceutica, poi, userà quella roba per supportare le vendite e questo comporterà una moltiplicazione delle citazioni.

RD – E le riviste?

SM – Le riviste si vedono lievitare l’IF e, con questo, il diritto a pretendere quantità di denaro in crescita per pubblicare. Chiunque conosca il nostro mondo sa perfettamente che l’IF non ha nulla a che vedere con il valore scientifico di un articolo, ma fa comodo a chi nel salottino buono sta seduto. Fare in modo che esista il malinteso, un malinteso in cui cade anche una quantità enorme di medici, è uno degli scopi del gioco. Aggiungo che, se si vuole affossare una rivista che non si è comportata bene, basta evitare di citare articoli che quella ha pubblicato.

RD – Quindi, lei mi dice che non ha importanza dove l’articolo è pubblicato.

SM – Lo dice la ragione. Ammetta che io batta il record mondiale dei 100 metri. Che importa se l’ho battuto alle olimpiadi o ad un meeting qualunque? Il tempo è quello e quello resta. Per tornare al nostro articolo, le reazioni scomposte dei vari professorini che non sanno più che cosa inventare per salvaguardare il loro sgabello sono rivelatrici. La scienza ha regole semplicissime: se vuoi contestare un dato sperimentale, rifai l’esperimento e confronta i dati. Come si suol dire, le chiacchiere stanno a zero. Se si vuole, chiunque può constatarlo: le contestazioni che arrivano sono del tutto estranee a qualunque regola scientifica e, dunque, diventano atti di autolesionismo per chi quelle contestazioni partorisce. Come sempre e con una pazienza che non mi conoscevo, io continuo ad invitare chiunque, autorità sanitarie assolutamente incluse, ad affiancarci quando facciamo analisi. Ad oggi, dopo anni d’inviti, mai nessuno è comparso. Poi rivolgo un po’ di domande e anche a quelle mai è arrivata anche una sola risposta.

RD – Ma è possibile che ad accorgersi che qualcosa non va siano così in pochi tra il grande pubblico?

SM – Qui occorrerebbe l’intervento di uno psicologo. I fatti sono che la gente pretende certezze e i vaccini danno ciò che la gente vuole. Fondate o no che siano le certezze, basta che la gente si senta protetta. Consideri anche solo l’atteggiamento di un professorino di un’università nostrana del cui livello reale preferisco non parlare. Questo, non so come, è riuscito a spacciarsi per grande esperto di vaccini e, in particolare, addirittura di autismo pur non avendo la minima esperienza in proposito. Oltre ad imperversare dovunque, il personaggio tiene un blog frequentatissimo in cui chiunque osi porre una domanda sgradita si ritrova non solo la domanda immediatamente cancellata ma impossibilitato a intervenire di nuovo. È evidente che chiunque abbia anche solo un briciolo d’intelligenza si accorge che c’è molto, anzi troppo, che non va. Eppure quel tale riscuote un successo clamoroso, nessuno va a controllarne il curriculum al di là delle affermazioni altisonanti e nessuno lo mette alle strette obbligando a rispondere alle domande più ovvie.

RD – Lei ha contatti con lui?

SM – Fino a diversi mesi fa ci siamo scritti varie volte e io l’ho invitato sempre a venire ad assistere alle analisi. Mai visto. E gli ho posto parecchie domande. Mai risposto. Tra le tante cose buffe che ha sparato c’è la storia di Valentino Rossi.

RD – Anche lui ha a che fare con i vaccini?

SM – Per fortuna, no. Il professorino ebbe ad inventare una delle sue parabole: io sono come un motociclista che dice di correre più veloce di Valentino Rossi ma non vuole farsi cronometrare. La cosa è davvero spassosa, essendo proprio io a volere essere cronometrato e lui a non volerlo. Poi c’è la storiella che io, essendo laureato in farmacia, non posso parlare di farmaci. Insomma, sarebbe come se un laureato in matematica non potesse parlare proprio di matematica. Nella sua somma ingenuità e incompetenza, il professorino ignora che la sola facoltà universitaria dedicata ai farmaci è proprio farmacia e, se proprio volessimo andare a fondo, potremmo dire che la facoltà che lui frequentò non gli poteva dare gli elementi culturali necessari per maneggiare i farmaci. Ma, indipendentemente da miserie di quel genere, il professorino ha sempre detto al suo pubblico che i risultati di 15 anni di ricerche nostre sui vaccini non sono veri perché nessuna rivista medica li ha pubblicati. Ora, stranamente e con grande sorpresa, una rivista l’ha fatto e così non resta che arrampicarsi goffamente su specchi sempre più scivolosi inventando stravaganze come la storiella dell’impact factor, magari addirittura ingenuamente falsificato nel suo valore numerico. Ciò che al professorino sfugge, e questo per la sua palese estraneità al mondo scientifico, è che una ricerca deve essere valutata per quello che è e basta. Dove è pubblicata e da chi è irrilevante. È evidente che, quando non ci sono argomenti, quando il cervello e la morale sono quelli che sono, ci si aggrappa a qualunque cosa si presume possa galleggiare.

RD – Però lei continua a ricevere domande sui vaccini.

SM – Spesso domande di persone che vogliono che io dica loro che devono vaccinarsi. Perché chiedano il mio assenso è cosa misteriosa. Ciò che avevo da dire l’ho detto e pubblicato. Leggano ciò che ho scritto, compreso il libro Vaccini: Sì o No? o mi ascoltino il mercoledì a mezzogiorno a Radio Studio 54. Poi, per chi mi chiede che cosa c’è scritto sui bugiardini, dico che vadano a leggerseli [https://autismovaccini.org/foglietti-illustrativi/ (N.d.R.)].

RD – Perché lei s’impegna in tutto ciò?

SM – Domanda alla quale non so rispondere. Come ho sempre detto, tornassi a nascere non rifarei assolutamente ricerca. Troppe volte mi sono imbattuto in porcherie ignobili sostenute da un regime che assomiglia in modo allarmante a quello del romanzo 1984 di Orwell. Una morale palesemente suicida mi ha sempre impedito di tacere e questo mi ha portato alla rovina. Da anni io avrei voluto piantare tutto e godermi i miei 355 Euro mensili di pensione ma mia moglie non mi dà tregua. La cosa che continua a ripetermi è che per salvare anche un solo bambino dobbiamo anche essere pronti a fare un patto con il diavolo. Bombe che producono polvere, inceneritori, centrali chiamate a biomasse, cementifici che bruciano di tutto, alimenti pieni di sozzura, filtri sulle automobili che moltiplicano veleni, ora i vaccini… Rivoltando una pubblicità del passato interpretata dal poeta Tonino Guerra, come si fa ad essere ottimisti?

RD – Che fare?

SM – Fino a che la gente preferirà rinunciare all’uso virtuoso del cervello non ne usciremo. Gli uomini sono prigionieri della loro stupidità e non sarà certo qualche vocetta che grida nel deserto a salvarli. Del resto, mentre il Titanic affondava si continuava imperterriti a ballare al suono dell’orchestrina di bordo.

 

 

 

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