Il mondo ha bisogno di ben altro

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Roberta Doricchi intervista il dott. Stefano Montanari.

Roberta Doricchi – Se non le dispiace, oggi vorrei toccare argomenti diversi, magari anche un po’ fuori del suo lavoro. Per cominciare, ho letto che sua moglie sta andando in Bosnia. Se ce lo può dire: si tratta di qualcosa legato alla guerra degli Anni Novanta?

Stefano Montanari – In un certo senso, sì. Già a fine Anni Novanta noi avevamo previsto le conseguenze sanitarie della guerra. Come accade ormai di regola, allora ci si rise in faccia allo stesso modo di quanto fu, tra le non poche altre cose, per i cambiamenti climatici e per le conseguenze del crollo delle Torri Gemelle. Ora che tutto si è avverato, l’Università di Sarajevo invita mia moglie per qualche lezione e l’Ambasciata Italiana sostiene i costi della trasferta.

RD – Degli indovini?

SM – No di certo. Basta guardare con onestà e, naturalmente, con competenza le varie situazioni e molto spesso le previsioni saltano in mano. È quando ci sono interessi di quattrini, di potere, di carriera o d’ignoranza cocciuta che il futuro è del tutto imprevedibile.

RD – Ora cambio argomento: mi dà un commento sulla scomparsa di Umberto Veronesi?

SM– Il bon ton vuole che dei morti si dica sempre e comunque bene. Lei sa che io non ho tra i miei pregi, se mai ne ho uno, quello di essere diplomatico: una maniera ipocrita per dire, appunto, ipocrita. E credo sappia pure che per Veronesi non ho mai avuto simpatia, giusto per non andare oltre. Gli riconosco il grande merito, quando fu ministro, di aver fatto passare la legge che vieta il fumo nei locali pubblici, una legge che si pensava nessuno rispettasse e che, invece, salvo pochi idioti, trova grandissima applicazione. Per il resto, mi limiterò a riciclare la frase di Manzoni quando descrive la morte di Donna Prassede: quando si è detto che è morto, si è detto tutto.

RD – Ho capito. Allora cambiamo ancora argomento. Ci vuole spiegare la storia della trasmissione televisiva in cui lei viene insultato?

SM – Come avrebbe forse detto Francesco Guccini, è una piccola storia ignobile come è d’uso che siano tante storie che coinvolgono i vaccini. Le fonti di cosiddetta informazione che vogliono sopravvivere senza troppi problemi s’inchinano tutte, acriticamente, alle enormità che si sparacchiano sui vaccini, e quello è quanto arriva al popol bue, rimbambito a furia di pubblicità ingannevole. È così che dei perfetti incompetenti, dei perfetti non pervenuti in campo scientifico che mai hanno svolto uno straccio di analisi diventano per incanto delle bocche della verità. Uscendo dalla generalità e venendo al caso specifico, un tale dottor Ramigni, funzionario di una unità sanitaria locale veneta, ha raccontato le solite cose che hanno come sola base le bislaccherie partorite dall’industria farmaceutica e diventate articolo di fede per chi non è capace di andare più in là di un certo livello. Niente di cui meravigliarsi: tutta quella roba fa parte del folclore in cui siamo immersi e in cui molti sguazzano felici. Nel corso della trasmissione arrivò la telefonata di una signora che mi tirò in ballo, facendo chiaramente il mio nome, per le analisi che da molti anni svolgiamo in laboratorio, e questo dottor Ramigni ritenne opportuno e, magari, persino suo dovere, partorire una serie d’insulti, devo dire anche apprezzabilmente pittoreschi, nei miei riguardi.

RD – Ma poi, da quello che ho letto e visto, c’è stato un dietrofront (https://www.youtube.com/watch?v=2jXrKhZUJFE al minuto 1 e https://www.youtube.com/watch?v=IF46uxoTegA nella nota di attenzione [N.d.R.]).

SM – Robetta. Io scrissi a questo dottor Ramigni, all’unità sanitaria locale di cui è dipendente e alla televisione chiedendo una spiegazione ed informandoli che avrei proceduto dal punto di vista legale nei confronti loro. Una frettolosa rettifica è arrivata e tutto si fermerà qui perché io non ho tempo né voglia di prendere sul serio certe esibizioni. È ovvio che molti di coloro che hanno ascoltato la trasmissione non sapranno della rettifica, ma in questo stivale scalcagnato le cose funzionano così.

RD – Come mai questo malinteso?

SM – Risulta dalla rettifica: il medico pensava si parlasse di qualcun altro.

RD – Di chi?

SM – No, non me lo chieda. Non voglio mettere nei guai nessuno e ognuno si faccia la sua idea. Comunque sia, io non c’entravo e le porcherie che mi sono state versate addosso erano per un altro che, se vorrà, prenderà i provvedimenti che ritiene il caso prendere. Mi auguro solo che questo dottor Ramigni, peraltro a me del tutto sconosciuto e, a quanto ne so, mai autore di ricerche scientifiche come sono le analisi che noi svolgiamo da tanti anni e che sono del tutto doverose se si vuole parlare con qualche cognizione di causa, cerchi di capire di che cosa e di chi si sta parlando prima di lanciarsi in esternazioni pericolose che potevano avere ben altro esito se mi fossi arrabbiato davvero. E mi auguro pure che l’intervistatrice si renda conto che è suo dovere dissociarsi da atteggiamenti come quelli che, invece, ha tranquillamente tollerato. Comunque sia, se ci sarà un altro episodio del genere da parte di chiunque, sarò molto meno tenero.

RD – E per quanto riguarda il resto della trasmissione, cioè le cose che il medico ha detto?

SM  – Stendiamo un velo pietoso. Non vale nemmeno la pena di perdere tempo.

RD – Cambiamo ancora argomento. Ho letto che ci sono 15 persone indagate per 40 morti di cancro nell’ambito della cosiddetta Ferriera di Trieste. So che lei e sua moglie ve ne siete occupati.

SM – Premettiamo sempre che indagato non significa necessariamente colpevole e premettiamo pure che si tratta di casi risalenti ormai a non pochi anni fa. Mia moglie ed io quell’impianto l’abbiamo visto da fuori l’anno scorso, abbiamo fatto qualche analisi su ciò che da quell’impianto esce e abbiamo fatto una conferenza sul tema a Trieste.

RD – E i risultati delle analisi?

SM – I nostri risultati non sono certo tranquillizzanti, ma la situazione non è fondamentalmente diversa da tantissime altre che costellano questo povero paese in cui non viviamo ma sopravviviamo. Il mio parere, ma di parere si tratta e di parere molto debole perché sorretto solo da dati scientifici che nulla hanno a che fare con la ben più seria politica, la ben più seria burocrazia e il giusto interesse di chi generosamente dà lavoro, è che quell’impianto dovrebbe essere chiuso immediatamente e, se si vuole continuare, lo si dovrebbe ricostruire con criteri di sicurezza molto lontano da qualunque abitazione come, del resto, pretende anche la legge. Ma la scienza cede doverosamente il passo e si ritira in tutta modestia. A Trieste chi decide è maggiorenne e vaccinato e decide perché i triestini sono d’accordo che lo faccia.

RD - Adesso che cosa succederà?

SM – Beh, la solita cosa: s’incaricheranno degli esperti di valutare la questione e di stabilire se i cancri sono dovuti alla cosiddetta Ferriera o se si tratta solo di uno scherzo del destino.

RD – Ma poi che cosa succederà?

SM – Non saprei. Vede, per poter valutare davvero la questione occorre una preparazione particolare e occorre sapere che cosa cercare e come.

RD – Lei sarebbe in grado di farlo?

SM – Quello è parte del mio mestiere e di tecniche per andare a ritroso da una patologia alla fonte dell’inquinamento mia moglie ed io siamo gli inventori e con quelle abbiamo trattato ormai moltissimi casi.

RD – Dunque, sarete chiamati.

SM – No di certo.

RD – Perché?

SM – Dando per scontata e fuori discussione la buona fede di tutti e il desiderio della magistratura di arrivare alla verità, noi non sediamo nel salottino buono e, se dovessimo mai trovare anche in quel caso ciò che temiamo possa esserci, la cosa costituirebbe un precedente pericoloso per troppe altre situazioni. Quindi, molto meglio che a nessuno venga in mente di fare il nostro nome. Aggiungo, però, una cosa che può anche apparire volgare nelle sue motivazioni: se qualcuno ci chiamasse, noi non accetteremmo di andare.

RD – Questo me lo deve spiegare.

SM – La volgarità sta nel fatto che nessuno ci pagherebbe. Ormai ci siamo cascati troppe volte. Le istituzioni ci commissionano un lavoro, noi ci assicuriamo che i costi siano chiariti preventivamente e accettati, poi partiamo a maniche rimboccate. Finito tutto, se siamo fortunati riceviamo, e dopo un tempo che non è certo quello garantito dalla legge, una somma che non copre nemmeno le nostre spese e che è ben diversa da quanto pattuito. Insomma, lavoriamo, e spesso a lungo, in perdita. Se non siamo d’accordo, abbiamo tutta la libertà del mondo di fare causa alle istituzioni e i nostri nipoti, se mai ne avremo, potranno eventualmente ricorrere in secondo grado. Io non ho mai nascosto le difficoltà di continuare a reggere i costi del laboratorio e non ho nessuna intenzione di rischiare una volta ancora un bagno di sangue. Gli inglesi dicono che, se ci caschi una volta, chi ti ci ha fatto cascare è un mascalzone, ma, se ci ricaschi, sei tu ad essere un fesso. Dunque, per Trieste no grazie.

RD – A proposito di denaro dalle istituzioni, lei avrà sicuramente sentito dei tre miliardi e mezzo riguardanti la gestione dei rifiuti in tre provincie toscane.

SM – Ho sentito il titolo della notizia alla radio mentre ero in automobile. La sola cosa che non capisco è lo stupore. Da noi il denaro non c’è mai quando serve ma corre a fiumi quando c’è chi sa indirizzarlo verso l’interesse proprio e del salottino buono del caso specifico. E, come diceva Oscar Wilde, noi a tutto sappiamo rinunciare fuorché al superfluo. E che cosa c’è di più superfluo della corruzione? Dunque, che cosa c’è di più irrinunciabile? Naturalmente io non ho alcun dato sulla situazione toscana che non conosco affatto, ma non mi stupirei se finisse tutto a tarallucci e vino. Come si suol dire, il tempo è il miglior medico e le prescrizioni curano anche le peggiori malattie. Basta sapere aspettare e, tra la velocità da bradipo della magistratura e i giochetti degli avvocati, gli anni passano in fretta. In fondo, gli italiani hanno una memoria molto labile.

RD – Restiamo in Toscana. Ho sentito che il TAR ha bloccato la costruzione dell’inceneritore che doveva sorgere alle porte di Firenze.

SM – Vorrei con tutto il cuore sbagliare, ma temo si tratti di una battaglia vinta che prelude alla sconfitta della guerra.

RD – Perché?

SM – Perché il TAR non si occupa di sostanza ma di forma. In poche parole, al TAR si guardano i timbri, le firme, i sigilli di  ceralacca, le scadenze temporali e tutto quanto riguarda i riti della burocrazia. Molto spesso, quando si tratta d’impianti come, ad esempio, inceneritori o centrali a biomasse, le inadempienze si sommano e non è troppo difficile individuarle se solo ci s’impegna un po’. Da qui il passo indietro e i ritardi nella messa in opera del sistema. Poi si provvede a produrre carte ineccepibili e l’impianto si fa. Io d’illusioni ne ho viste diverse: la gente festeggia una vittoria quando si tratta solo di una sconfitta rimandata. Ma, come le ho detto, mi auguro che questa volta l’inceneritore non si faccia per davvero.

RD – Che cosa si dovrebbe fare, invece?

SM – Il problema è la concezione distorta di giustizia che ci siamo costruiti addosso. Bisognerebbe che chi ha potere decisionale si rendesse conto che quegli impianti sono dei produttori instancabili di malattia e di morte e, per di più, comportano costi enormi per la comunità, a volte occulti o, comunque, su cui si tace. Insomma, bisognerebbe che il buon senso prevalesse e non le interpretazioni furbesche dei codici. Bisognerebbe che si tenesse conto dell’interesse comune, un  interesse in cui, di fatto, la salute primeggia solo a chiacchiere. In questo caso il guaio è aggravato dall’assoluta incapacità dei politici di fronteggiare il problema dei rifiuti, cosicché la soluzione è perennemente quella di fare il gioco di prestigio di nascondere l’immondizia infischiandosi di qualunque principio scientifico e anche economico. Dopo aver nascosto i rifiuti, non nascondiamo noi stessi, però: la colpa è nostra. Una società intelligente ed informata non tollererebbe di certo politici o burocrati di quel calibro. Io mi sono occupato in parecchie occasioni, e non solo in Italia, delle scartoffie che preludono alla costruzione di un inceneritore e le dico che quello che leggo sugli impatti che l’impianto può determinare su salute e ambiente è a dir poco ridicolo: nient’altro che una presa per i fondelli. Su questo, cioè sul punto infinitamente più importante, nessuno ha mai da ridire, magistratura compresa e forse giustamente vista la sua ovvia incompetenza scientifica e sanitaria, mentre è, invece, su quel punto che va fatta chiarezza. Dell’inceneritore di Firenze nessuno mi ha chiesto di occuparmi e, dunque, non conosco i documenti, ma quello che so è che il blocco è basato unicamente su inadempienza di forma facilmente sanabili.

RD – L’argomento politico l’ha introdotto lei. Magari è una cosa minore, ma che ne dice dell’associazione dei partigiani che rifiutano il rinnovo della tessera alla senatrice PD Laura Puppato per essersi dichiarata favorevole al sì al referendum sulla costituzione?

SM – La Puppato io l’ho conosciuta personalmente e, anzi, in passato feci anche un paio di conferenze con lei. Quando, da sindaco eccellente che era, cedette alla tentazione di entrare in parlamento, io le scrissi dicendole che, a mio parere, sarebbe stata fagocitata dalle logiche di partito e la sua indipendenza sarebbe andata a farsi benedire. La sua risposta fu che lei alla sua indipendenza non avrebbe mai rinunciato e, dunque, io potevo stare tranquillo. Purtroppo e non certo inaspettatamente, il tempo mi ha dato ragione così come è regolarmente successo per altri politici caduti nei vari tritacarne. Io non so se Laura sia davvero convinta del sì. Quello che è certo è che, se vuole restare in quello schieramento interno, il sì è d’obbligo con buona pace di qualunque altra considerazione. Quanto ai partigiani, mi pare che la loro decisione sia più che legittima: chi vota sì tradisce la loro storia, e questo al di là di ogni possibile giudizio storico. Dunque, mi pare corretto che se ne vada altrove. E poi, in fondo, si tratta di un’associazione privata che ha il diritto di fare ciò che vuole.

RD – Posso chiederle se lei è per il sì o per il no?

SM – Il pastrocchio è tale che non posso altro che essere decisamente per il no. È un po’ come se mi si chiedesse di accettare in blocco un menu in cui ci sono le uova al tartufo e i cannoli siciliani che mi piacciono un sacco e i fagiolini e i rognoni che non mi piacciono per niente. La cosa corretta sarebbe stata chiedere voce per voce, articolo per articolo, un sì o un no, ma tutto insieme, prendere o lasciare, non ha alcun senso. Di fatto il quesito referendario, così come è concepito, è tagliato su misura per un popolo impreparato alla democrazia e alla dignità come siamo noi.

RD – Ora un salto politico più in alto: che ne dice dell’elezione di Donald Trump?

SM – La tentazione è quella di dire che il mondo si attaccherà al Trump, ma, prescindendo da quella tentazione, non sono stupito dell’elezione anche se, devo dire, pensavo ad un esito diverso: per un pelo, ma diverso. Guardando ai fatti, la scelta era tra due personalità che non mi paiono particolarmente adatte a guidare con sapienza lo stato più forte e influente del mondo. Le confesso che, prescindendo da casi singoli luminosi, io non ho mai avuto stima per il popolo americano, per la loro maniera di ragionare, per la loro maniera di lavorare, per la loro morale. L’America io la conosco abbastanza bene per averci studiato, lavorato e viaggiato non poco, e non saprei dirle quale popolo sia più arrogante, più miope e mediamente più ignorante tra quelli che occupano la ribalta mondiale. Se fosse stata eletta la signora Clinton avremmo certamente avuto dei problemi con la Russia, un’altra nazione di cui potremmo tutti vantaggiosamente fare a meno. Ora, se non altro finché durerà l’improbabile luna di miele tra Putin e Trump, questo è rimandato nel tempo. L’altro bicchiere mezzo pieno che avremo è che mi pare diminuiscano le probabilità che si concluda quell’accordo sciagurato con gli Stati Uniti che ci avrebbe portato ad importare in piena legalità veleni a tutto spiano. Per il resto, vedo un orizzonte tutt’altro che luminoso, anche se non credo che la Clinton avrebbe potuto rischiararlo più di tanto. Il mondo ha bisogno di ben altro.

RD – Le avevo già detto che oggi avremmo svariato un po’ di qua e un po’ di là. Lei ha visto il film Vaxxed sui vaccini e sull’autismo?

SM – Sì, l’ho visto. Fortunatamente io non ho il presidente del Senato a censurare ciò che posso vedere e a stabilire ciò che non è adatto ai miei occhi e al mio cervello. Non essere un parlamentare ha i suoi vantaggi anche per quanto riguarda la dignità personale. Il film l’ho visto e non posso altro che dire che vederlo dovrebbe essere obbligatorio per tutti i medici. Non dico che lo dovrebbe essere per il nostro ministro della salute o per il presidente dell’Istituto superiore di sanità, perché di quelli sappiamo già tutto e tutto sarebbe inutile, ma i medici dovrebbero vederlo. In quel film ci sono prove inoppugnabili circa gli imbrogli del CDC, l’ente americano che si occupa di malattie, e quanto meno sospetti molto pesanti sul collegamento tra vaccini e autismo. A mio parere, dove il film sbaglia è nel tirare in ballo il solo vaccino trivalente dicendo che il problema si risolve somministrando i tre vaccini non in una sola iniezione ma separatamente in tre tempi successivi. È evidente che nessuno degli autori e dei protagonisti è al corrente di che cosa ci sia davvero dentro i vaccini.

RD – Quindi, se ho ben capito, le cose sono peggiori di quanto non dica il film.

SM – Se non altro potrebbero esserlo. Io sono del tutto contrario ad esprimere opinioni quando si parla di scienza. Questo lo lascio ai ciarlatani che affollano con successo le TV. La sola cosa che si dovrebbe fare è mettere in atto una serie corposa di indagini senza distorsioni che rivelino che cosa c’è sul serio in tutti i vaccini che vengono somministrati e dove finisce quella roba una volta che è stata introdotta nell’organismo. Poi, con un paradosso che è solo apparente, si dovrebbe fare in modo che i medici rispettino la Medicina, il che significa obbligarli ad eseguire tutte le indagini indispensabili su ciascun soggetto prima di vaccinarlo.

RD – Quali indagini?

SM – L’ho ripetuto fino alla noia: quelle che sono previste dai produttori stessi dei vaccini e dalla buona pratica medica. Non sono pochi i soggetti che sono già immuni nei riguardi di una determinata malattia, e quelli non possono essere vaccinati. Se lo si fa, si commette un atto di pura criminalità nei loro confronti. Poi, come prescritto, si deve valutare se esistono condizioni di allergia nei confronti di uno o più componenti dei vaccini. Niente di tutto questo viene fatto e ad ogni vaccinazione eseguita senza quelle ovvie precauzioni il medico commette un abuso violento su cui nessuno interviene, punendo, anzi, chi quell’abuso rifiuta di commetterlo.

RD – E perché non si fanno quelle indagini?

SM – Perché costano tempo, perché richiedono competenza e perché ci si troverebbe davanti al rischio di diminuire vistosamente le somministrazioni di vaccini con tutto il denaro che ruota intorno alla pratica.

RD – E perché non si fanno le indagini sul contenuto dei vaccini?

SM – Perché si correrebbe il rischio di rivelare una montagna di porcherie, di abusi e di corruzione di cui anche i medici sono almeno in parte vittime. Tenga conto, però, che nemmeno chi si schiera contro i vaccini vuole quelle indagini. Molto meglio continuare a fare chiacchiere e, magari, ad avere una bella clientela di danneggiati ai quali somministrare cure e una bella clientela da seguire, naturalmente a pagamento, per tanti anni. Insomma, una pensione. Se avevamo bisogno di un’ulteriore dimostrazione del livello morale dell’Homo sapiens, i vaccini ce lo stanno offrendo con generosità.

RD – Speranze?

SM – Nessuna.

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