Di nuovo in forma con i rimedi della nonna

Stefano Montanari

Roberta Doricchi intervista il dott. Stefano Montanari.

 

Roberta Doricchi – Bentornato dalle vacanze.

 

Stefano Montanari – Grazie: sono stati giorni istruttivi.

 

RD – È andato a scuola?

 

SM – Quasi. Da quindici mesi soffrivo di una tendinite fortissima ad ambedue le spalle, tanto che anche movimenti banali mi causavano dolori molto forti. Le cure fatte si erano rivelate acqua fresca e mi era stato perfino proposto un intervento chirurgico. Lei sa che io sono sempre dubbioso quando si tratta di mettersi nelle mani dei medici, tanto più che, in quell’occasione, mi era capitato di parlare con una conoscente che aveva avuto lo stesso mio problema ed era stata operata. Stando a  quanto mi disse, dopo un anno e mezzo doveva ancora riprendersi dall’intervento e stava decisamente peggio di prima.

 

RD – Quindi…?

 

SM – Quindi ho pensato di fare qualcosa di semplice e banale senza effetti collaterali. Qualcosa che, male che andasse, non mi avrebbe danneggiato. Così, più per curiosità che per altro, ho scelto di andare a fare i fanghi. Roba antica. Roba snobbata perché oggi chi non ricorre alla chimica per curare le malattie non è nessuno. Poche applicazioni perché non potevo permettermi periodi più lunghi, ma un po’ di applicazioni le ho fatte. Ora io stesso non potevo crederci: i dolori sono di fatto spariti e posso fare qualunque movimento senza problemi. Non mi chieda perché: in medicina è tutto buono ciò che funziona e, almeno con me, farmi impiastricciare di fango caldo ha funzionato eccome. Naturalmente deve trattarsi del fango giusto mescolato con l’acqua giusta, perché qualche problemino c’è anche in quel settore dove magari non proprio tutti lavorano come si deve. Magari io sono stato fortunato, ma l’effetto si è rivelato eccellente. E con questo ho avuto l’ennesima conferma che tanti rimedi vecchi di secoli e, per questo, forti di una lunga sperimentazione sul campo e di effetti favorevoli perché altrimenti non esisterebbero più, surclassano la chimica delle industrie farmaceutiche. Questo sia per gli effetti positivi sia per il risparmio di effetti collaterali.

 

RD – Lei non ha mai avuto simpatia per i farmaci.

 

SM – Credo sia un fatto di famiglia. Mia madre aveva una piccola farmacia in campagna e per tutta la vita ha cercato di dissuadere quelli che dovevano essere i clienti dal prendere medicinali, a patto, naturalmente, che questi non fossero davvero indispensabili. Noi tutti, medici in primis, dei farmaci sappiamo poco, e meno ancora sappiamo degli effetti collaterali, specie quando si prendono insieme più prodotti i cui effetti incrociati sono spesso, per non dire sempre, imprevedibili. I prodotti chimici che vengono somministrati vanno ad interferire con un substrato biologico solo in parte comune a tutti gli individui, e quello che può essere utile a qualcuno può non avere risultato su qualcun altro o può essere dannoso per un terzo soggetto. E non c’è sperimentazione che tenga. Dalle sperimentazioni sull’uomo si possono solo ricavare statistiche ma mai certezze. Se, poi, lei considera che le sperimentazioni sono svolte in maniera sempre più frettolosa, su gruppi di persone sempre meno numerosi e che gli effetti avversi sono in gran parte nascosti mentre nessuno è in grado di controllare i risultati pretesi dalle ditte farmaceutiche, non siamo in una condizione felice. Anche per questo io sconsiglio sempre i farmaci usciti da poco. Aggiunga poi che ormai gli enti di controllo non contano quasi nulla, economicamente, e non solo economicamente, come sono nelle mani delle ditte farmaceutiche. Se ci limitiamo a parlare dell’ente europeo, questo viene supportato per l’85% delle sue spese, ovviamente stipendi compresi, da chi produce farmaci. Come può pensare che possano esistere controlli obiettivi?

 

RD – Lei parla di enti di controllo europei.

 

SM - Da un po’ di tempo io lavoro a contatto con la Francia e laggiù gli scandali legati ai farmaci sono gravissimi. La differenza con l’Italia, dove quelli che chiameremo benevolmente  incidenti sono, per ovvi motivi, altrettanto comuni, è che da noi i danni da farmaco vengono semplicemente taciuti. Veda poi quello che sta succedendo negli Stati Uniti: di fatto le industrie farmaceutiche possono immettere sul mercato qualunque cosa, sempre di fatto possono ridurre a quasi nulla le sperimentazioni, sperimentazioni che, per una legge in vigore laggiù [21st Century Cures Act (N.d.R.)] possono essere effettuate su soggetti ignari di essere cavie. E poi, ormai da anni, almeno per i vaccini le industrie americane sono esentate da qualunque responsabilità legata ai loro effetti collaterali. Insomma, lei è obbligata a vaccinarsi e se quel vaccino le dà qualcosa di brutto, sono fatti suoi. Ecco, allora, che lle industrie americane si possono permettere di rivelare tranquillamente nei bugiardini certe cose, il che da noi non si fa.

 

RD – Per esempio?

 

SM – Il primo esempio che mi viene in mente è quello relativo al Tripedia, un vaccino trivalente per difterite, tetano e pertosse. Mentre in America il bugiardino riporta tranquillamente che il prodotto può causare, tra le altre cose, autismo, da questa parte dell’oceano il fatto è sempre stato taciuto. Le giustificazioni date in proposito dai nostri politici e, peggio ancora, da tanti nostri medici sono di una goffaggine senza pari. La verità è che quelli non sanno che pesci pigliare e fidano solo sulla disinformazione e sulla credulità popolare.

 

RD – Autismo da vaccino, dunque?

 

SM – Vede, a differenza di tanti personaggi, molto di loro tristemente medici, io non parlo di ciò di cui non ho esperienza diretta. Il sentito dire lo lascio a loro e a chi mira a diventare una star mediatica o, magari, lo è già diventato raccontando assurdità su argomenti di cui non sa nulla. Io mi occupo di analisi di microscopia elettronica e questo non mi dà informazioni sufficienti a proposito di quel legame. Insomma, se l’autismo possa arrivare dai vaccini io non ho prove mie da produrre. Ciò che posso dire e che ho ripetuto fino all’esaurimento delle forze è che tutti i vaccini per uso umano che in questi ultimi 12 anni ho avuto modo di analizzare con mia moglie si sono mostrati contaminati da polveri solide, inorganiche e non biodegradabili, e queste possono tranquillamente arrivare al cervello dove esercitano fin da subito un effetto infiammatorio: l’effetto classico dei corpi estranei con l’aggravante della dimensione micro- o, peggio, nanometrica. Se c’è chi ne vuole le prove oggettive con tanto di fotografie al microscopio elettronico e di analisi di spettroscopia a dispersione di energia, sappia che io ne ho in quantità. Consideri anche tutte le porcherie che si mettono nei vaccini, dal mercurio – sempre presente almeno in tracce perché, se non è aggiunto, fa parte comunque dei processi di lavorazione e non si riesce ad eliminarlo del tutto – all’alluminio, e questo costituisce una fonte ulteriore d’infiammazione a livello cerebrale. Ma non è finita: tutta questa roba va ad interferire negativamente con il microbiota, quello, cioè, che un tempo chiamavamo flora intestinale e che oggi sappiamo essere fondamentale per le funzioni del cervello, tanto che, ristabilizzandolo, si ottengono risultati clinici eccellenti. Insomma, al di là dei numerosi incontri che ho avuto e che ho con genitori di bambini autistici non solo italiani che mi hanno regolarmente ripetuto come l’esordio della malattia abbia sempre seguito di poche ore la somministrazione di un vaccino, io non ho dubbi che quello che sta in quei prodotti possa avere un effetto negativo a carico del cervello. Se l’effetto negativo possa tradursi in autismo, non saprei dire. Però, se dicessi che la cosa mi meraviglia, mentirei.

 

RD – Eppure quel legame viene negato con parecchia veemenza.

 

SM – Sì, ma dia un’occhiata a chi lo nega: lasciamo perdere la ragioniera austriaca, la signora Ulrike Schmidleithner di cui invito a leggere il curriculum [http://www.vaccinarsi.org/comitato-scientifico/ulrike-schmidleithner.html (N.d.R.)], incredibilmente, ma solo fino a un certo punto, sponsorizzata dall’Istituto superiore di sanità e dal Ministero della salute, o la mammina che si guadagna la pagnotta sparando stravaganze in TV e su Internet, perché lì siamo alla farsa, e limitiamoci a quelli che dovrebbero essere addetti ai lavori. Nessuno di loro ha esperienza scientifica sull’argomento che si possa anche solo vagamente chiamare tale. Non pochi di loro hanno degli agganci innegabili con le industrie farmaceutiche e moltissimi non sanno nemmeno di che cosa stanno parlando, limitandosi a ripetere a mo’ di pappagallo quello che hanno sentito dire o, meglio, quello che qualcuno fa dire loro. Quando sento medici che, sempre con tono di trombone, affermano che l’autismo che insorge immediatamente a ridosso di una vaccinazione lo fa semplicemente perché è a quell’età che la patologia diventa rilevabile, senza entrare in valutazioni etiche impietose, mi chiedo che quoziente intellettivo abbiano costoro. In poche parole sarebbe come se io le dicessi che, se le sparo nel cuore e lei muore, è semplicemente perché la sua era l’età giusta per morire.

 

RD – Lei come si schiera, allora?

 

SM - Come sempre, io non mi schiero altro che dalla parte di chi chiede chiarezza, e la chiarezza si può fare solo partendo dall’onestà, un ingrediente purtroppo rarissimo. Guardi anche a chi si schiera anima e corpo contro i vaccini: anche per loro, guai a chiedere chiarezza. A me è capitato qualche volta di parlare con medici, diciamo così, negazionisti, e ogni volta le nostre conversazioni sono state mortificanti. Non solo questi professionisti hanno una cultura scientifica prossima allo zero, ma della scienza non conoscono nemmeno le regole, rimasti come sono all’ipse dixit di tristissima memoria che nemmeno Galileo è riuscito a scalfire, tanto è incancrenito nei cervelli e comodo a chi conta: l’ha detto lui e, dunque, è vero. Chi sia quel lui e che prove abbia fornito non ha importanza. Non uno di loro, comunque, che avesse una qualunque esperienza scientifica se si eccettua quella, grottescamente pretesa, di contabilizzare certe malattie, cosa che di scientifico non ha nulla, limitandosi ad un semplice esercizio di ragioneria. Glie lo ripeto: io voglio solo chiarezza e, purtroppo, chi chiede chiarezza è considerato un nemico. Evidentemente nella nebbia si prospera senza seccature.

 

RD – Che facciamo, allora?

 

SM – La sola cosa che possiamo fare è continuare a controllare onestamente i vaccini e, per quanto reso sempre più difficile, rendere pubblici i risultati. Prima o poi la verità salterà fuori. Magari, fra una ventina d’anni quando tutto o, almeno, molto sarà chiaro, sarà divertente vedere la faccia dei personaggi che oggi recitano la loro farsa tragica. Per motivi di età io non ci sarò, ma chi si ricorderà di oggi e potrà assistere alla scena avrà di che divertirsi.

 

RD – Molto di sfuggita, poco fa lei ha accennato ad una specie di ripristino delle funzioni della flora intestinale. Me lo spieghi meglio.

 

SM – La cosa è piuttosto complessa ma ormai non esistono dubbi: il microbiota, cioè, magari semplificando un po’, la flora intestinale, è un vero e proprio organo capace di una miriade di trasformazioni chimiche indispensabili per il funzionamento corretto dell’organismo. Una funzione fondamentale viene esercitata a livello cerebrale, tanto che variazioni anche apparentemente modeste nell’attività del microbiota possono indurre variazioni nel comportamento fino a manifestazioni patologiche pesantissime. E quelle variazioni intervengono quando all’intestino arrivano veleni, particelle comprese. Mia moglie ed io abbiamo cominciato a collaborare con la scuola Stelior di Ginevra che dagli Anni Novanta non solo studia il problema ma ha al suo attivo guarigioni straordinarie o, in altri casi, miglioramenti riguardanti malattie per le quali pareva non esserci rimedi, autismo compreso. Al di là dell’indubbio interesse che hanno suscitato sia in mia moglie sia in me quei casi e al di là del valore assoluto degli scienziati che s’interessano delle ricerche e delle terapie, la cosa che più mi attrae è che nessuna delle cure prevede l’uso di farmaci ma solo un riequilibrio della dieta basato su analisi accuratissime fatte su sangue, urina e feci.

 

RD – E voi come collaborate?

 

SM – Per ora abbiamo fatto qualche lezione agli allievi che vengono un po’ da tutto il mondo e agli scienziati parlando loro dei problemi legati alle particelle. Questo, cioè il problema delle micro- e delle nanopolveri, ha suscitato un interesse enorme perché ha aperto loro un mondo e ha dato risposte a questioni per loro ancora da risolvere. Poi ci è stato chiesto di aprire un corso triennale sulle nanopatologie, cioè sul nostro argomento, un corso che, purtroppo, si svolgerà in Svizzera ma che è aperto a partecipanti di qualunque provenienza, magari anche ad italiani. Il grande vantaggio è che nessuno dei membri del comitato scientifico, un comitato di cui anche noi facciamo parte, ha preconcetti o qualcosa a che fare con interessi legati in qualunque modo ai farmaci. E così è per chi conduce il centro. In questo modo si può lavorare serenamente, infischiandosi di tutte le sciocchezze e di tutte le bugie che si raccontano per mantenere un business enorme.

 

RD – E, a suo parere, fino a quando durerà il business?

 

SM – Quello dei farmaci è un affare sicuro come quello del cibo. Di mangiare e di curarci avremo sempre bisogno. Però è inevitabile che, prima o poi, ci sia il botto. Non posso pensare che la gente continui a restare passivamente vittima di personaggi sulla cui moralità rovesciata non ho dubbi, e spero non tardi molto a che arrivi il momento in cui si mette davvero sulla bilancia ciò che si dice e che si fa, lasciando a zero le chiacchiere. Spero che la gente si ribelli alla truffa violenta di cui è vittima a scapito della salute propria e dei propri figli. Spero che qualche magistrato onesto voglia vederci chiaro. E, magari illudendomi, spero che questo risanamento parta proprio dai medici se non altro in ribellione al trattamento umiliante che stanno subendo: un trattamento che li sta privando della loro dignità e che li sta trasformando in automi decerebrati agli ordini di una manica di pazzi.

 

RD – Quanto crede veramente che tutte le sue speranze si avverino?

 

SM – Prima accennavo a una ventina d’anni. Comunque, al di là delle previsioni, credo sia solo una questione di tempo. Non dovessero verificarsi le condizioni, sarà un altro passo verso la fine, una fine che nessun ospite del Pianeta piangerà. Dopotutto pare proprio che ciò che c’interessa di più e per cui ci diamo più da fare sia il nostro annientamento. Contenti noi…

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