Via dall’Italia per insegnare le nostre tecniche

P1080844.jpg

Roberta Doricchi intervista il dott. Stefano Montanari.

 

Roberta Doricchi – Se non le dispiace, ricominciamo dai vaccini, un argomento che sembra appassionare la gente.

 

Stefano Montanari – Appassionare come fa il frequentatore delle curve dello stadio: da tifoso. È desolante vedere il grado di consapevolezza di chi si esprime in proposito. Poca sorpresa se si tratta di una massaia o del classico uomo della strada. Un po’ meno sorpresa, ma restiamo quasi nell’ambito della normalità, quando si tratta di giornalisti tuttologi. Comunque, sorpresa a no, provo irritazione quando questi personaggi entrano in casa sbucando dalla scatola magica della TV e diventano ipso facto degli esperti. Gente come questa ne abbiamo vista e continuiamo a vederne a bizzeffe, eppure nessuno si chiede da dove saltino fuori e con che competenza si esprimano. Peggio, molto peggio, quando si tratta di politici come, tanto per fare un esempio, il nostro incredibile ministro della salute. Ma poiché al peggio non c’è limite, abbiamo tutto il giardino zoologico dei medici, una categoria che, salvo sempre più luminose eccezioni, si sta squalificando spericolatamente, senza rendersene nemmeno conto. In questi ultimi giorni sono stato in Svizzera e in Francia e, stando a quanto risulta da sondaggi richiesti dalle case farmaceutiche stesse, la credibilità sia loro sia dei medici sta letteralmente sprofondando presso la gente comune.

 

RD – Un accenno sul perché?

 

SM – La cosa è semplice e complessa allo stesso tempo. Anche in Francia, negli ultimi anni gli scandali sanitari si sono susseguiti con tanto di malati e di morti tenuti nascosti, con tanto di sperimentazioni clamorosamente false e falsate, con tanto di corruzione al seguito in cui ci sono politici, controllori e medici ad essere allegramente coinvolti. E la magistratura non sempre pare disposta ad impegnarsi per fare ciò che dovrebbe: giustizia. Non saprei dire quanto di questo letamaio arrivi in tutti i suoi risvolti alla conoscenza dell’opinione pubblica e quanto resti nascosta, ma le posso assicurare che fare due chiacchiere con qualche avvocato, con qualche politico e con qualche medico, a patto che questi non abbiano coinvolgimenti mascalzoneschi, fa accapponare la pelle. Comunque sia, quello che trapela è più che abbastanza per mettere a nudo l’orrore di un sistema che non ha remore di nessun genere per intascare sempre più denaro. Consideri che le prime 20 aziende farmaceutiche mondiali hanno un ricavo netto dal loro immenso fatturato che è del 24%: un business spaventoso che si conta a centinaia di miliardi di Euro e che chi conta, cioè chi maneggia la salute pubblica anche solo a titolo d’informazione, fa di tutto per incrementare, nella certezza o nella speranza che qualche briciola toccherà pure a loro.

 

RD – Ma i controlli?

 

SM – Consideri anche solo un paio di dati: l’ente europeo di controllo è mantenuto per l’85% del suo budget dalle case farmaceutiche e quell’ente, così come tutti gli altri enti di controllo, non ha alcun modo di avere dati propri, dovendosi perciò fidare solo ed esclusivamente di quanto le case farmaceutiche stesse, cioè quello di fatto è il “benefattore”, mettono a disposizione. Insomma, il controllore al servizio totale del controllato cui deve la sopravvivenza. Dal pochissimo che si è riusciti a scovare, spesso la stragrande maggioranza dei risultati è semplicemente omessa e solo ciò che fa il gioco di chi paga viene preso in considerazione. Poi ci sono i dati che un addetto ai lavori può qualificare a prima vista come falsi ma su cui non ci sono mezzi per intervenire. Quando qualcuno osa chiedere chiarimenti basati sui numeri, la cosa più innocente che può accadere è vedersi rispondere con un rifiuto. Mi sembra ovvio che siamo nella farsa e nella tragedia allo stesso tempo.

 

RD – Da quanto mi pare di capire, lei si sta indirizzando proprio alla Francia e alla Svizzera anche se…

 

SM – “Anche se…” è l’espressione giusta. In fondo, che cosa ci vado a fare laggiù se quelli sono messi più o meno come noi? Non creda: me lo chiedo anch’io. Però, almeno, è stata offerta a mia moglie e a me la possibilità di tenere una scuola in cui insegnare a chi non ha voglia di fare da complice a personaggi ai quali preferisco non attribuire aggettivi. Se tutto andrà come pare, la scuola, una scuola su base triennale, sarà riconosciuta dallo stato e, almeno, avremo la possibilità di aprire gli occhi a qualcuno. In Italia non ne siamo stati capaci: politici, controllori, media e la maggioranza della classe medica hanno fatto quadrato collaborando tra loro, ognuno come poteva, per imbavagliarci. Peccato, perché, al di là di ogni ipocrisia, noi abbiamo un patrimonio enorme di conoscenza che abbiamo acquisito in tanti anni di ricerca davvero indipendente, cioè quella ricerca che è fondamentale, perché quella che si fa oggi nell’ufficialità è palesemente fasulla, ma che manca. E quando i semi non ci sono, non nasce niente. Quando, poi, i semi sono cattivi, non solo il raccolto è pessimo ma consegna semi che diffonderanno piante cattive. E poi, altre a dare i nostri risultati acquisiti, noi insegneremo le nostre tecniche a giovani che le sfrutteranno non certo a vantaggio dell’Italia.

 

RD – Insomma, perderemo un altro pezzetto di cervello.

 

SM – Pezzetto più, pezzetto meno… Pochissime settimane fa sono stato all’università di Cambridge e ho lavorato con due italiane ormai fisse laggiù. Ma ogni volta che entro in un laboratorio straniero qualche italiano sono sicuro di trovarlo. Tra le tante cose buffe che contraddistinguono il nostro paese c’è il fatto che noi esportiamo i cervelli senza ricevere nulla in cambio, salvo, poi, andare a comprare a caro prezzo ciò che quei cervelli hanno prodotto.

 

RD – Ma dalle università italiane non è arrivato proprio niente?

 

SM – Imbarazzo: quello certamente. Al di là di tanti annunci tromboneschi e salvo eccezioni ormai di una rarità assoluta, le nostre università sono i classici elefanti che partoriscono topolini. Topolini spesso rachitici, più spesso morti. Di tanto in tanto, oltre il limite del grottesco, qualche accademia nostrana esce con la notizia di una scoperta. Peccato che quella scoperta noi l’avessimo già fatta tanto tempo prima. Pensi che da qualche anno, per motivi legali, mia moglie ed io siamo assistenti universitari e, a parte un seminario che io tenni ormai molto tempo fa e senza seguito, nessuno ci chiede d’insegnare ai ragazzi. Sempre meglio tenerci zitti in modo da evitare confronti. Come si fa a giustificare la povertà mortificante di risultati disponendo di mezzi che, per miseri che siano, sono infinitamente superiori ai nostri se non fingendo che noi non esistiamo?

 

RD – Lei sta dicendo che gli scienziati italiani sono poco intelligenti?

 

SM – Non direi proprio. Come le dicevo, basta andare in giro per il mondo per trovare eccellenze nostrane nei laboratori. Purtroppo il nostro apparato non è compatibile con l’intelligenza che, dunque, diventa un corpo estraneo di cui sbarazzarsi in qualunque modo. Non intendo fare nomi, ma guardi chi occupa certe posizioni di potere e valuti lei che cosa ne potrà mai uscire.

 

RD – Che effetto le fa andare via dall’Italia?

 

SM – No, non via dall’Italia. Almeno non ancora. Per adesso mia moglie ed io faremo solo i pendolari e porteremo le nostre conoscenze altrove, cosicché, purtroppo, dei risultati del nostro lavoro, almeno in prima battuta, non beneficerà l’Italia. Per risponderle su che effetto mi fa, le dico che la tristezza è infinita. Tristezza e rabbia, naturalmente. E non sono solo i politicuzzi da strapazzo o i controllori di dubbia fedeltà a farmi rabbia: sono anche le persone cosiddette normali. Ogni giorno io ricevo almeno 400 mail, diverse delle quali sono richieste di aiuto da Bolzano alla Sicilia. Comitati di cittadini o anche persone singole che si rivolgono a me non solo pensando che io possa risolvere i loro problemi di un ambiente devastato spesso per la loro pigrizia, ma addirittura lo pretendono. Al di là del fatto che i miracoli io non sono capace di farli, a nessuno di loro passa per la mente che gli interventi miei e di mia moglie debbano essere pagati, e quando io faccio notare che ogni giorno di laboratorio costa più di mille Euro e quei soldi da qualche parte debbono arrivare, quelli mi rispondono indignati: loro hanno un problema che li infastidisce e io sono lì per servirli e per eliminare i loro fastidi. Il resto non è affare loro. Così, dopo anni, abbiamo deciso di mandare al diavolo questi parassiti.

 

RD – Triste ma comprensibile.

 

SM – Consideri anche solo la vicenda dei vaccini. Lei sa bene che da anni noi analizziamo quei farmaci e nella migliore delle ipotesi, di fatto una minoranza dei casi, c’è chi ci rimborsa le spese vive. Ora c’è un tale che strepita su Internet che a me tutto questo conviene perché scrivo libri con i quali guadagno valanghe di quattrini.

 

RD – Invece…?

 

SM – Beh, che io scriva libri è indubitabile. Quanto ai quattrini… L’anno scorso sono arrivati 34 Euro. Magari quest’anno, se tutto andrà per il meglio, saliremo a 35. Comunque, al di là della stupidità pettegola di quel povero personaggio che di certo riscuote consensi, a proposito di libri, ora sto ripartendo per la Francia dove, oltre ad avere appuntamenti con scienziati e con laboratori di ricerca, m’incontrerò con una casa editrice che mi chiede di scrivere un libro apposta per i paesi di lingua francese. Poi, entro l’anno consegnerò le bozze di un libro puramente scientifico a una casa editrice di Singapore, e un capitolo sui vaccini ci è stato chiesto da un professore olandese che sta scrivendo un testo sui farmaci. Come vede, niente d’italiano.

 

RD – Ce la faremo a risollevarci?

 

SM – No.

 

RD – Drastico.

 

SM – Vede, per risollevarsi occorrono almeno tre cose: riconoscere che si è a terra, volersi risollevare ed essere capaci di farlo. Quando di queste tre cose non ce n’è nemmeno una, è inutile farsi illusioni: le possibilità stanno a zero. L’Italia è un paese in cui la cultura è malvista ed è, comunque, al lumicino, mentre l’informazione è in pessime mani, come dicono le classifiche mondiali che ci condannano con numeri freddi e obiettivi ad occupare posizioni vergognose. In più la politica è quella di un paese intriso di corruzione, e con questi presupposti non si arriva da nessuna parte. La sola cosa che mi chiedo senza sapermi dare una risposta e che qualche giorno fa mi ha chiesto uno scienziato norvegese è come facciamo a sopravvivere a noi stessi.

 

RD – Stiamo scivolando sulla politica. Allora, ripensando a quello che lei accennò a proposito della Turchia quando si parlava dell’uscita della Gran Bretagna dalla Comunità Europea, le vorrei chiedere un ulteriore commento a distanza di qualche settimana. Tenga conto anche degli ultimi attentati.

 

SM – Se mi chiede di parlare della Turchia, le confermo tutta la mia contrarietà a farla entrare in Europa. Gli ultimi avvenimenti aggiunti a certi usi e costumi e ad una storia non proprio di tutto riposo, e ripensi al genocidio degli Armeni ben poco intelligentemente negato, sono solo l’ennesima, certo tutt’altro che necessaria, conferma della totale mancanza delle caratteristiche di minima per farne un paese europeo. Già l’ingresso acritico di diversi membri ha inciso pesantemente sulla solidità della Comunità e l’ingresso eventuale della Turchia potrebbe essere il colpo di grazia. Magari non immediato, ma certo a distanza di qualche anno. Un fatto con cui dobbiamo fare i conti è l’importanza enorme della Turchia come mercato per noi europei e il passaggio di linee di gas e di petrolio attraverso il suo territorio. Questi sono elementi, in un certo senso, funzionali ad una sorta di ricatto. Se mi chiede della Gran Bretagna, è buffo vedere come non pochi tra coloro che pochissime settimane fa hanno scelto l’uscita si stiano rendendo conto che il futuro in splendido isolamento non sarà di sicuro quello che, molto ingenuamente, avevano creduto. Non che l’Europa abbia dato buona prova di sé, ma, riprendendo una frase loro, “every way you look at it you lose”, il che, girato in italiano, significa che comunque si guardino le cose c’è da perdere. E, almeno ripensando ai privilegi che abbiamo concesso agli inglesi, temo che, uscendo dall’Europa, quelli abbiano decisamente più da perdere che da guadagnare. Ad ogni modo, sono affari loro. Per quello che ha a che fare con gli attentati, che cosa posso dire che non sia già stato detto? L’episodio del ragazzino afgano che assale i turisti cinesi in treno in Germania dimostra chiaramente che siamo di fronte a degli psicolabili scarsamente prevedibili e, soprattutto, prevenibili nelle loro azioni. E psicolabili significa che sono facile preda di una specie di ipnosi attuata da personaggi capaci di esercitare, per qualunque ragione, un’influenza su quei poveri cervelli. Detto tra parentesi, non meravigliamoci troppo: in Italia ne abbiamo un esempio, per fortuna senza sangue ma, comunque, con guai serissimi al seguito. In conclusione la mia opinione è che i media, cavalcando il gusto dell’orrido della clientela, ne parlano troppo, peraltro senza dare notizie di rilievo, e parlarne significa fare da megafono ai terroristi, cioè esattamente quello che vogliono loro. Nessuna censura, naturalmente, ma solo coscienza, etica professionale e intelligenza. Se ci sono notizie rilevanti, le diano, altrimenti continuino con il calciomercato o, magari, comincino ad informare seriamente sui problemi enormi di salute che ci stanno devastando a causa dell’ignoranza e della corruzione di chi conta nella società che ci siamo tagliati addosso. Contro i terroristi, così come il terrorismo è concepito oggi, l’unica arma è la cultura, cioè proprio ciò che più viene combattuto a troppi livelli.

 

RD – E l’Italia?

 

SM – Io speriamo che me la cavo.

Diffondi questo articolo

PinIt