Roberta Doricchi intervista il dott. Stefano Montanari

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Roberta Doricchi – Ho visto sul suo blog almeno un paio di interventi dedicati a Trieste. Che succede a laggiù?

Stefano Montanari – In realtà non sta accadendo niente di particolarmente diverso da quanto accade da tempo  immemorabile nello Stivale, uno stivale sempre più scalcagnato.

RD – E allora, perché Trieste?

SM – Il fatto è che trovo Trieste particolarmente interessante.

RD – Perché?

SM – Per la sua singolarità. Perché Trieste ha l’aspetto di una città austro-ungarica fin- de-siècle e la percezione che se ne ha da fuori è quella di una città austera, idealmente governata come ai tempi di Cecco Beppe con una serietà assoluta che non lasciava spiragli per eccezioni. Magari una città noiosa ma un posto in cui ti puoi fidare a lasciare il portafoglio sulla panchina.

RD – Non è così, immagino.

SM – E immagina giusto. Non tanto per il portafoglio, che quasi certamente sarebbe sparito anche nel mitico Ottocento, ma per una conduzione della cosa pubblica che dimostra in maniera lampante quanto omogenea sia l’Italia.

RD – Si spieghi.

SM – Naturalmente io non ho una visione completa della città, ma mi basta e mi avanza quella che ne sto ricavando da quando mi dedico insieme con mia moglie al problema della cosiddetta Ferriera. Due parlamentari locali, due ex grillini ora parte della diaspora per motivi morali, ci hanno chiesto di dar loro una mano a fare un po’ di chiarezza su una fonderia tardo-ottocentesca situata in un rione chiamato Sèrvola, un rione popolare molto intensamente abitato. Questo impianto, sito a pochissima distanza dalle case, da un certo punto di vista pittoresco nel suo essere decrepito, emana fumi da ogni angolo, e parlo di fumi che potrebbero competere con quelli ben più noti di Taranto. È ovvio che in quei fumi c’è quanto si scalda e si fonde per fare la ghisa, oggetto della produzione, e, ahimè, le nuvole di fumo invadono l’atmosfera e le ricadute ricoprono tutto quanto sta nei dintorni. Come vogliono la fisica e la chimica, ciò che si forma al di là dei gas non proprio salutari sono le solite particelle di cui noi ci occupiamo, con tutto quanto questo comporta.

RD – Niente di particolarmente nuovo, mi pare.

SM – Infatti. Chi può restare sorpreso è chi si fosse, vedi mai, illuso che Trieste fosse diversa da altre città. Nei fatti è solo più ipocrita.

RD – Ancora una volta le chiedo di chiarire.

SM – La situazione di degrado ambientale è evidente a chiunque, anche inesperto, abbia la voglia e il pizzico di follia di farsi una passeggiata a Servola come abbiamo fatto mia moglie ed io. Le polveri si raccolgono facilmente da qualunque superficie con un cucchiaio, eppure le centraline, poche e mal posizionate che sono e di affidabilità tutta da verificare, non rilevano niente. Anzi, quelle polveri starebbero benissimo nel Parco del Gran Paradiso, stando all’ufficialità.

RD – Ma voi che cosa avete fatto?

SM – IL senatore Lorenzo Battista e il deputato Aris Prodani hanno fatto ciò che ci si deve aspettare da loro:

hanno voluto qualche chiarimento di fronte a qualcosa che non poteva tornare a rigor di logica e del più elementare buon senso. Così, noi per loro abbiamo analizzato 5 campioni di quella polvere, trovando ciò che era impossibile non trovare: polveri da grossolane giù fino a nanometriche sempre contenenti ferro e, secondo quanto abbiamo scoperto mia moglie ed io ormai molti anni fa e secondo quanto finalmente lo IARC [l’ente dell’OMS che si occupa di cancro (N.d.R.)] ha stabilito nel 2013, si tratta di polveri cancerogene. Questo per non dire della sequela di malattie diverse che quella roba può generare.

RD – Non sono pochi 5 campioni?

SM – Sono indubbiamente pochissimi, ma bisogna fare i conti con le ristrettezze economiche del caso. Battista e Prodani hanno pagato di tasca loro, ma mia moglie ed io ci abbiamo messo quasi i tre quarti dei quattrini. Credo non le sarà difficile immaginare che noi non ce la facciamo a sostenere il peso economico della questione e dobbiamo fare il massimo con il pochissimo che abbiamo. Le assicuro, però, che altre analisi avrebbero aggiunto ben poco, stante l’omogeneità di quello che si coglie ad occhio. Altre analisi servirebbero a mappare il fenomeno, stante il fatto, del tutto aspettato, che le particelle più fini e, dunque, più pericolose per la salute, si trovano non proprio a ridosso della Ferriera.

RD – Distanti quanto?

SM – Noi le abbiamo trovate a meno di un chilometro, ma 5 prelievi non permettono assolutamente di trarre conclusioni, cosa che nessuno deve sentirsi autorizzato a fare. Ciò che, invece, sarà di estrema importanza è vedere se nelle biopsie dei cancri della zona ci sono quelle stesse polveri. Personalmente spero si possa allestire uno studio acconcio e con numeri significativi, ma, in questo caso, bisogna trovare un finanziatore.

RD – La cosa, però, non è finita lì.

SM – Per niente. Il 27 luglio mia moglie ed io abbiamo tenuto una presentazione in una libreria triestina. Purtroppo lo spazio era minimo, l’affollamento enorme e il tempo troppo poco. Tanto poco che qualche medico delle istituzioni, forse un po’ troppo impermeabile e con un cervello cristallizzato, ha capito ben poco. Comunque, la presentazione dei dati l’abbiamo fatta e anche in questa occasione Trieste ha dimostrato di essere perfettamente integrata nell’italianità. Pensi che era presente un rappresentante della Ferriera e il personaggio è arrivato a negare di essere chi era quando è stato riconosciuto, fuggendo poi precipitosamente. Una specie di caricatura di San Pietro, se vuole. Eppure quella sarebbe stata una splendida occasione per far sentire le ragioni della Proprietà. Ma, purtroppo, le ragioni non sono proprio simpatiche e certo non hanno un supporto scientifico. Così, dunque, meglio per loro agire come hanno fatto, sparando una raffica di stravaganze nei giorni seguenti quando mia moglie ed io eravamo a distanza di sicurezza e non potevamo far fare loro la figura che avrebbero meritato.

RD – Qual è la situazione?

SM – La solita: ci sono robusti interessi economici in ballo e nessuno vuole mollare la presa. Le cosiddette autorità si barcamenano nell’imbarazzo, con qualche sortita pseudoscientifica che fa cadere le braccia. In più c’è in ballo un finanziamento cospicuo da parte della BEI, la banca europea per gli investimenti, e, per ottenerlo, occorre che la Ferriera presenti l’AIA, l’autorizzazione integrata ambientale: una specie di nulla osta per la Ferriera valido per 10 anni. Insomma, un nulla osta burocratico a continuare ad operare, magari con delle prescrizioni da applicare a babbo morto, chissà se non solo metaforicamente. Credo che in nessuna parte del mondo civile il permesso sarebbe accordato, ma l’Italia è l’Italia. È chiaro, comunque sia, che la Proprietà non intende correre rischi e quei quattrini li vuole. Così si è scatenata una controffensiva che, se non fosse preoccupante per i risultati che può avere, sarebbe addirittura divertente tanto è grottesca. E poi c’è il solito problema dei sindacati.

RD – Cioè?

SM – Il solido, squallido, ricatto del lavoro con i sindacati schierati di fianco a quello che una volta era il padrone. Tradendo la loro storia, la loro funzione e il loro significato, ormai da lungo tempo, e certo non solo a Trieste, i sindacati che una volta venivano rappresentati in caricatura da maschi con tre narici e da femmine con tre mammelle, tutti furiosamente a testa bassa contro l’esecrato padrone, sono diventati i pretoriani più fedeli e indispensabili del vecchio nemico. A questo si concede servilmente qualunque licenza purché tenga a libro paga operai che altro non sono se non poveracci che vendono per una misera pagnotta la salute loro e dei figli cui passano un DNA di dubbia salute. E la cosa che fa più male è vedere come questi nuovi schiavi difendano incondizionatamente una situazione che preferisco non aggettivare. Tanto per fare un esempio, in Sicilia, dove nascono bambini malformati per l’inquinamento industriale, ho sentito dire “Meglio morire di cancro che di fame.” Impossibile non piangere e non venire assaliti da una rabbia irrefrenabile.

RD – Restando a Trieste, che fare?

SM – Per ora si cerchi di fermare la follia dell’AIA. Poi si facciano le analisi dei reperti patologici. Poi si vedrà. Nel frattempo io continuo a sperare che si svegli la magistratura e veda quanta illegalità può trovare nella situazione. Battista e Prodani sono una fortuna per la città, una fortuna che, al momento, non mi pare altri luoghi possano condividere. Mi auguro che Trieste non li lasci soli anche se Roma lo sta già facendo.

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