Aereoporto di Fiumicino, elevati i livelli di diossina.

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Roberta Doricchi intervista il dott. Stefano Montanari

Roberta Doricchi – La scorsa settimana lei è andato a Fiumicino. Il giornale Il Tempo di Roma ne ha dato notizia. Com’è la situazione?

Stefano Montanari – Non è bella. Sono andato insieme con mia moglie, ambedue chiamati da un paio di piccoli sindacati di lavoratori in contrasto con quanto hanno fatto i grandi sindacati che se ne sono restati del tutto immobili come, occorre ammetterlo senza ipocrisie, è sempre stato di fronte ai problemi di salute dei lavoratori. Se c’è da accapigliarsi per quattro soldi di stipendio o per andare in pensione prima, i grandi sindacati sono pronti a portare in piazza milioni di iscritti con cartelli e bandiere. Quando il problema è solo quello della salute, quelli se ne stanno zitti come se non fosse affare loro. Il Terminal 3 è andato in fiamme anche se, a rigor di logica, come le ho tetto quando ci siamo sentiti la volta scorsa tutta la costruzione doveva essere ignifuga. Evidentemente nessuno controllò ai tempi della costruzione e forse anche della gara d’appalto cosicché, scoppiato il focolaio a causa, a quanto ci hanno detto, di un quadro elettrico che dava qualche problema ma su cui non s’intervenne come si doveva, tutto ha preso fuoco. Valutando anche solo in via approssimativa la varietà di materiali presenti, le polveri inorganiche sottili ed ultrasottili si devono essere formate in quantità, e così gli inquinanti organici: tra gli altri diossine, furani, idrocarburi policiclici aromatici e policlorobifenili. Tutta roba tossica fino ad essere mortale e tutta roba che innesca attività reciprocamente sinergiche, il che significa che le azioni velenose non si sommano semplicemente tra loro ma possono addirittura moltiplicarsi: un fenomeno notissimo in campo tossicologico. Eppure già il giorno dopo l’incendio il Terminal era parzialmente riaperto. Non saprei dirle per responsabilità di chi, ma è un fatto indiscutibile che le istituzioni preposte al controllo sono intervenute con enormi ritardi, e parliamo non di ore ma di diversi giorni, quando i lavoratori stazionavano lì e di lì i passeggeri degli aerei transitavano o attendevano.

RD – Che cosa hanno detto i controlli?

SM – Io ho visto i comunicati ufficiali. Delle polveri inorganiche non esiste traccia di caratterizzazione, cosicché non è possibile pronosticare con discreta precisione quali siano i pericoli cui si va incontro nel frequentare quei luoghi. Quanto agli inquinanti organici come, ad esempio, le diossine, i dati sono così contrastanti e in parte incoerenti tra loro che è impossibile non restare perplessi. Senza voler toccare la suscettibilità di nessuno, mi pare che da qualche parte non si sia lavorato bene.

RD – E come stanno le cose per chi è presente nel Terminal?

SM – Per loro le situazioni sono molto diverse. C’è chi – una minoranza, purtroppo – non ha riaperto l’esercizio commerciale. C’è chi attua turni di lavoro ridotti. C’è chi fa in modo che gli addetti a varie mansioni siano protetti da mascherine, per quello che oggetti simili possono fare, e c’è chi ha mandato i propri dipendenti al lavoro addirittura proibendo l’uso delle maschere perché queste non danno una buona impressione al cliente. Ci sono, poi, gli addetti alle pulizie che non solo non indossano protezioni adeguate, ma, lavorando, sollevano gli inquinanti depositati a terra e su varie superfici, il che, apparentemente, fa aumentare la concentrazione degli inquinanti nell’aria come ha notato l’Istituto superiore di sanità senza, però, capire il perché. Ci è stato pure detto che tra i lavoratori ci sono donne in gravidanza e donne che allattano. Qui siamo alla demenza pura: da tempo immemorabile sappiamo che quella roba passa da madre a feto e, ad esempio nel caso delle diossine, si concentra nel latte. Per i passeggeri, niente: tutto come prima del rogo. Una cosa buffa e insieme preoccupante mi è stata raccontata dalle persone che ho incontrato a Fiumicino: nel Terminal si vendono tranquillamente alimenti esposti alla ricaduta degli inquinanti, con questo contribuendo ad una dieta un po’ particolare. Dopotutto una cosa analoga si fece anche a New York nel luogo in cui erano appena crollate le Torri Gemelle con tutte le conseguenze ovvie del caso. Se la storia non ci ha insegnato niente, almeno a Fiumicino siamo in buona compagnia, anche se in ritardo di un bel po’ di anni. Aggiungo che centinaia di persone sono finite in ospedale o al pronto soccorso dell’aeroporto e, a quanto mi consta, nessuna ha avuto una diagnosi per i propri malori. Meno che mai una terapia, il che è corretto, visto che la causa resta oscura e non si prescrivono farmaci per una malattia ignota. Senza che ci si possa sorprendere, alcuni medici hanno perfino sostenuto che i problemi sanitari fossero da attribuire a fatti emotivi, una spiegazione buona per tutti gli usi. E aggiungo pure che, come accade regolarmente, si fa di tutto per non informare chi, per qualunque motivo, staziona o transita in quei luoghi. In aeroporto ci sono cartelli che rassicurano dicendo quanto sia pulita quell’aria e nessuno ha detto a chi frequenta il Terminal che non può tornarsene a casa con gli abiti che indossa sul lavoro. Una precauzione nota che, però, evidentemente passa del tutto inosservate. Da ultimo, non ci s’illuda: parte di quegli inquinanti non può non essere uscita dall’aeroporto.

RD – Che fare?

SM – Già lei me lo chiese la volta scorsa quando a Fiumicino ancora non c’ero stato. Ora siamo alle solite: prima non si fa nulla per prevenire il guaio; poi si mettono in atto procedure che, senza andare oltre, definirò insufficienti; poi si pretende la bacchetta magica della soluzione, perché una soluzione, e per di più comoda, deve per forza sempre esistere e, se non c’è, la s’inventa per la soddisfazione di tutti. Ma il colpo di bacchetta magica, vale a dire la bonifica che tutti pretendono a gran voce, è di fatto inattuabile se non si conosce qual è il problema. Con le indagini parziali e pasticciate che si sono fatte, nella migliore delle ipotesi il problema sarà conosciuto solo in modo incompleto e le contromisure, di conseguenza, saranno parziali. Comunque sia, a Fiumicino non basterà lo straccetto e un po’ di varechina e non basterà neppure affidare le bonifiche all’amico dell’amico ma bisognerà attuare contromisure drastiche eliminando ciò che è andato a fuoco, e questa operazione dovrà essere svolta da addetti ai lavori esperti e accuratamente protetti.

RD- Lo si farà?

SM – Ma no! Naturalmente nessuno mi darà ascolto. Si cercherà di fare altro e, probabilmente, altro si farà. Poi si faranno tante chiacchiere come è costume delle istituzioni nostrane dove scienza e oggettività sono sostituite da burocrazia e interesse. Di qualcosa bisogna pur morire. O no? Per ora si continuano a dissequestrare aree di aeroporto perché il business non può certo fermarsi di fronte a bazzecole come la salute.

RD – E gli altri terminal?

SM – Nessuno si stupisca se anche quelli hanno subito inquinamenti. Io non ho documenti in proposito: parlo solo a lume di logica e delle conoscenze acquisite in tanti anni di ricerca. Aspirare le polveri e gli altri inquinanti con sistemi adatti è indispensabile in tutto l’aeroporto, ma sono certo che, se mai lo si farà, sarà solo un’operazione di facciata fatta con sistemi inadatti e senza nessun consistente effetto pratico.

RD – Ci sono state reazioni all’intervento suo e di sua moglie a Fiumicino?

SM – Ad ora, nessuna, se si eccettua il poco che ha scritto Il Tempo come lei ha detto. Quello che posso dire è che le istituzioni non ci stanno rimediando una bella figura e neanche, a dire il vero, certe catene commerciali che mandano i dipendenti al lavoro senza le necessarie certezze sanitarie. Se il silenzio non continuerà e si leverà qualche voce, sarà quella dei soliti noti che, non avendo argomenti scientifici, ci chiameranno terroristi. Sì, perché da noi i terroristi non sono quelli che mettono le bombe ma quelli che le bombe cercano di disinnescarle.

 

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