Terminal 3 di Fiumicino: ora si pensi alla salute dei lavoratori.

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Roberta Doricchi intervista il dott. Stefano Montanari.

Roberta Doricchi – Vogliamo parlare dell’incendio del Terminal 3 di Fiumicino?
Stefano Montanari – Credo che ci sarebbe tanto da dire. Purtroppo, però, come è costume nostrano, cose del genere sono sempre ammantate dal mistero con le istituzioni che fanno di tutto per tenere i fatti sgradevoli nel buio più profondo possibile.
RD – Si spieghi meglio.
SM – Noi siamo il paese dei misteri irrisolti. Da noi precipitano aerei senza che se ne sappia ufficialmente la ragione, saltano in aria stazioni ferroviarie e treni senza che ne emerga un responsabile, qualcuno spara al papa e non si sa il perché, si mettono bombe che fanno stragi in piazza e chissà chi è stato, si seppellisce un criminale incallito nella cripta di una basilica romana senza che ci sia chi dà una spiegazione che non sia comica … In fondo Fiumicino è quasi robetta. Al Terminal 3 scoppia un incendio per cause incerte e, chissà come mai, il fuoco divora con velocità impressionante materiali che chiunque avrebbe avuto il diritto di supporre ignifughi. Qualcuno andrà a controllare che cosa si era sottoscritto nei capitolati d’appalto? Può darsi, ma, se si dovesse scoprire che lì di ignifugo c’era ben poco come almeno a me appare evidente, possiamo stare certi che si festeggerà a tarallucci e vino. Naturalmente potrebbe anche essere il caso che i capitolati non prevedessero la clausola. In quell’evenienza, chi preparò i capitolati dovrebbe spiegare un po’ di cose. Ma credo che il personaggio o i personaggi possano dormire sonni tranquilli: non succederà niente.
RD – Pare, a quanto trapela, che nei locali ci fossero anche materiali di amianto.
SM – Dunque, ignifughi. Peccato che l’amianto sia fuorilegge da parecchio oltre vent’anni. Ma anche qui non succederà niente. Lo sa che in Italia il censimento dell’amianto non è mai stato fatto per davvero, eppure esistono più di 33.000 siti in cui l’amianto è ufficialmente presente?
RD – Siti bonificati, immagino.
SM – Quelli bonificati sono poco più di 800, ma non s’illuda. Spesso la bonifica consiste in un trasloco: da qui porto il veleno lì e sono a posto con la legge o, almeno, con la sua interpretazione. Le bonifiche sono obbligatorie per legge da tempo immemorabile, eppure quasi a nessuno, enti dello stato in prima linea, viene in mente che ad una legge bisogna ubbidire. Né c’è chi la legge la faccia rispettare, il che è ovvio, essendo le istituzioni stesse a farsene beffe.
RD – Anche poco fa lei ha menzionato le istituzioni. Che cosa hanno fatto a Fiumicino?
SM – Bisogna chiederlo a loro. Una ditta privata è stata incaricata di fare dei rilievi e da quei rilievi, rilievi che mi suscitano qualche curiosità, è scaturito un immediato, a me pare precipitoso, via libera a rioccupare il terminal. L’ARPA del Lazio ha constatato che c’era una manciata di parametri fuori norma, ma, in fondo, le norme le rispettano solo i fessi. Poi sono intervenuti i geni dell’Istituto superiore di sanità i quali, fedeli a loro stessi, si sono limitati a leggere i risultati altrui da bravi burocrati.
RD - Le conseguenze?
SM – Già il giorno dopo, in un ambiente impregnato d’inquinanti organici dalle diossine in giù, per non dire delle polveri inorganiche che nessuno ha caratterizzato probabilmente per la semplice ragione che non ne è capace, circolavano passeggeri e stazionava il personale di servizio. Nemmeno le più banali mascherine, per quanto possono fare, e le più banali tute per loro. Nessuno sorpresa se centinaia di persone si sono sentite male finendo in ospedale. Ma, come sempre, non bisogna allarmare il pubblico che va tenuto rigorosamente all’oscuro dei rischi che corre, e così ho ricevuto notizia che l’aeroporto ostenta cartelli in cui si tranquillizzano tutti: l’aria è pulita. Spero che la notizia sia falsa perché, se è vera, sarebbe interessante fare due chiacchiere con chi ha ordinato quelle notifiche.
RD – Che cosa succederà a chi è stato ricoverato?
SM – Credo che per molti si sia trattato di un ricovero lampo. Non ci sono soldi. Non ci sono posti letto. Oggi gli ospedali ti sbattono fuori appena possibile e il possibile è valutato in maniera molto sbrigativa. Chiunque abbia visitato gli ospedali romani, e non solo quelli romani, sa che si può restare ricoverati su una barella piazzata in un corridoio anche per giorni e i medici a volte non riescono nemmeno a raggiungere il malato che dovrebbero visitare. Per questo si cerca di non intasare l’ospedale. Per quanto riguarda gli intossicati di Fiumicino, per prima cosa bisognerebbe rendersi conto esattamente da che cosa questi soggetti sono stati attaccati. Un’analisi del sangue che non sia quella di routine da cui si può evincere troppo poco sarebbe necessaria. Personalmente a me interesserebbe molto cercare le polveri in quei campioni di sangue, cosa che nessun ospedale e nessuna delle istituzioni di signori “lei non sa chi sono io” è capace di fare o, più precisamente, d’interpretare se mai si trovassero di fronte ai risultati nudi e crudi. Purtroppo i nostri medici non sono preparati del tutto ad evenienze del genere, con una cultura che, in questo campo, è rimasta a qualche decennio fa quando non ai tempi di Paracelso.
RD – Lei sarebbe disposto a fare quelle analisi?
SM – Capace sicuramente, ma chi me le farebbe fare? E chi le pagherebbe? Io non posso certo farmene carico. Ma, poi, le probabilità di trovarsi davanti a risultati imbarazzanti sono troppo forti e le nostre istituzioni, quelle che noi paghiamo perché ci proteggano e c’informino, sono più preoccupate della nostra salute psicologica che di quella fisica. Dunque, non preoccupatevi e dormite tranquilli. “Se ci saranno dei morti, li seppelliremo” fu la frase di un luminare dell’Università di Modena quando gli si fece notare che l’inceneritore locale aveva fatto guai e minacciava di farne ancora di più se l’impianto fosse stato ingrandito. Quella è la filosofia di regime. E, allora, meno si parla dell’incidente, meglio è. Anzi, si continui a parlarne ma senza dare informazioni. Aria inquinata da una parte, aria fritta dall’altra.
RD – Da quanto mi pare di capire, nel Terminal 3 non solo circolano passeggeri ma c’è chi ci lavora ogni giorno.
SM – È così. A turni ridotti, però.
RD – Perciò non corrono rischi. O no?
SM – Se i livelli di diossine, d’idrocarburi policiclici aromatici, di furani, di polveri superano le pur generosissime soglie di legge, soglie che, vale la pena sottolineare, non hanno niente di scientifico ma sono solo il risultato di un tira e molla tra chi inquina e chi legifera con questi ultimi molto teneri, i rischi ci sono. Non fosse così, le leggi sarebbero solo ciarlatanerie.
RD – Che fare, allora?
SM – Io le posso dire solo ciò che farei io, ma io conto molto meno di zero. Io avrei chiuso il terminal e ci sarei entrato per fare controlli seri solo dopo qualche mese, solo bardato dalla testa ai piedi e con un respiratore. I soldati americani facevano così in Afghanistan nelle zone che i bombardamenti avevano avvelenato. Soltanto quando tutti i valori fossero rientrati entro limiti sufficientemente compatibili con un buon grado di sicurezza per la salute avrei cominciato le opere di ripristino, sempre prendendo le precauzioni del caso per i lavoratori. Mi rendo conto, però, che un piano del genere comporterebbe uno sconvolgimento nell’operatività dei voli e lo show deve continuare. In fondo, sempre per citare le nostre istituzioni, di qualcosa bisogna pur morire. Davanti al dilemma se salvaguardare la salute o i quattrini, non ci sono dubbi: i quattrini vincono a mani basse. Mi lasci citare al proposito una frase simpatica del Dalai Lama: “Una cosa che mi ha sorpreso qui da voi occidentali è che vi rovinate la salute per fare soldi e poi quei soldi li spendete per recuperare la salute.”
RD – Ma ora che cosa sta succedendo a Fiumicino?
SM – Non lo so. Mi pare che ci sia un certo imbarazzo. Spero solo che i sindacati facciano il loro mestiere e pretendano la verità vera e non le stravaganze che le istituzioni sono abituate a rifilare senza che poi nessuno degli autori di quelle enormità sia chiamato a risponderne. L’atteggiamento dei sindacati è stato troppo spesso quello d’interessarsi ad aumenti di stipendio o ai limiti di età per andare in pensione. Ora è il momento di riscattarsi con qualcosa d’infinitamente più importante come è la salute.

 

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