Tutto sbagliato, tutto da rifare!

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Roberta Doricchi intervista il dott. Stefano Montanari.

 

Roberta Doricchi – Questa volta vorrei parlare di più di un argomento.

Stefano Montanari – Bene. Da dove cominciamo?

RD – Cominciamo dai recipienti antiaderenti che pare abbiano riscosso molto interesse. Mesi fa lei mi disse, e noi annunciammo da questo blog, che un’associazione per la difesa dei consumatori le aveva ordinato le analisi su alcuni recipienti di cottura per quanto riguarda la cessione di particelle. Poi, da quanto ho capito, la cosa è finita in niente.

SM – Vero. Si tratta di una curiosa associazione chiamata Asso-Consum. Ormai parecchi mesi fa il suo presidente, tale Aldo Perrotta ex parlamentare napoletano di Forza Italia ormai decaduto da oltre nove anni ma che viaggia ancora, mi dicono del tutto legalmente, con il titolo di onorevole sul biglietto da visita, ordinò a mia moglie e a me quelle analisi dicendoci che avrebbe interessato qualche procura della Repubblica se i risultati avessero confermato le cessioni di particelle che avevamo già rilevato qualche anno fa in una serie di analisi richiesteci da un grande distributore italiano. Analisi eseguite, risultati confermati, ma Asso-Consum si è dileguata senza pagare il conto e, naturalmente, nessuna procura ha ricevuto nulla. Non mi chieda il perché di questo comportamento. Certo le aziende coinvolte saranno state contente di non avere seccature.

RD – Questo per quell’associazione. Ma non doveva esserci un servizio in proposito anche a Le Iene?

SM – In effetti la prima parte del servizio fu girata all’inizio dell’autunno passato.

RD – Poi?

SM – Evidentemente si è perso interesse. Del resto io ho girato in passato vari servizi per più di un programma TV che poi non sono mai andati in onda. Uno, per esempio, coinvolgeva l’amianto che cadeva dai tubi situati lungo i sotterranei di un grande ospedale. Uno, sempre a titolo d’esempio, fu girato a proposito di un vaccino che ora va per la maggiore e che, come, del resto, gli altri che abbiamo analizzato, era inquinato.

RD – Il motivo delle censure?

SM – Il problema sono le nostre ricerche, ricerche che noi facciamo senza curarci se queste danneggiano il business di qualcuno. Il mondo della cosiddetta informazione è molto variegato ed è pure complesso nella sua essenziale semplicità.  Chi ci lavora subisce pressioni da parte di chi paga per mettere la sua pubblicità, una fonte d’introiti essenziali per la sopravvivenza delle reti televisive e dei giornali. Subisce pressioni da parte di chi può influenzare una carriera, da parte di chi non lesina sui regalucci di Natale, da parte dell’amico dell’amico… A me è accaduto più di una volta di essere invitato a partecipare a trasmissioni televisive per poi veder cancellato l’invito all’ultimo momento  quando i controllori si accorgevano che tra gli invitati c’ero io. Meglio non rischiare imbarazzi. Pensi che una volta fui chiamato a partecipare ad un programma domenicale molto seguito e io avrei dovuto discutere di ambiente. La conduttrice mi chiese che oggetti avrei voluto avere in studio per poterne poi parlare e io misi nell’elenco un filtro antiparticolato per automobili Diesel. Dopo meno di un’ora ricevetti una telefonata in cui mi si diceva che no, che l’invito era annullato. Al mio posto andò un medico milanese impegnato ad illustrare come d’inverno la temperatura si abbassi tanto e non sia opportuno prendere freddo, e come non sia sano che gli ambienti casalinghi siano troppo caldi. Insomma, novità assolute che avranno senza dubbio incollato i telespettatori alla poltrona.

RD – Lei ha accennato di sfuggita ad un vaccino. Ho visto che ha ripreso a fare conferenze sull’argomento.

SM – Mi sono lasciato convincere, solo per una volta e solo perché la conferenza è programmata a pochissimi chilometri da casa mia. E poi l’argomento m’interessa.

RD – Com’è la situazione?

SM – Niente di nuovo. A febbraio abbiamo analizzato il nostro 27° vaccino per una procura della Repubblica.

RD – E i risultati?

SM – Niente di nuovo, le ho detto: tutto come negli altri 26 esemplari.

RD – E qual è la reazione?

SM – Per quest’ultimo vaccino bisogna aspettare le mosse da bradipo della giustizia. Magari sarà un insabbiamento come negli altri casi. O, magari, ci sarà il miracolo e qualcuno vorrà finalmente smettere di accontentarsi di chiacchiere assurde fino ad essere offensive per l’intelligenza e pretenderà dei fatti. Comunque, per ora e da anni da parte delle istituzioni di controllo è un silenzio tombale. Idem da parte dei NAS, avvertiti da me in due occasioni. E idem da parte delle industrie farmaceutiche alle quali pare la cosa non interessi, visto che chi le dovrebbe controllare non controlla un bel niente, almeno sotto l’aspetto delle polveri di cui mi occupo io. Ma l’atteggiamento peggiore è quello delle associazioni che dicono di proteggere la salute, in modo particolare quella dei bambini.

RD – Mi spieghi meglio.

SM – Da anni circola il sospetto che ai vaccini si debba, in tutto o in parte, l’aumento vertiginoso dei casi di autismo. Io non ho dati miei ma, per ciò che riguarda la casistica, pensi che negli Stati Uniti siamo ufficialmente ad un bambino su 68 tra i nuovi nati. In Italia non si sa, perché da noi non ci si occupa di bazzecole come queste. E poi, inutile illudersi: da noi l’abitudine è quella di taroccare i risultati che non piacciono a chi occupa i salotti buoni e, dunque, tanto vale non avere numeri. Sia chiaro: io non sto dicendo che vaccino e autismo siano legati perché non ne ho le prove. Dico solo che non si può più prendere in giro la gente e bisogna indagare con onestà e con la capacità di farlo. Bene, a fronte della situazione e, soprattutto, a fronte dei risultati non proprio tranquillizzanti delle nostre analisi, noi abbiamo più volte proposto di mettere in piedi una ricerca sistematica ad associazioni che dichiaravano il loro interesse a proposito dei rischi insiti nei vaccini ma il risultato è stato nullo.

RD – Ha idea dei motivi?

SM – Posso solo tentare d’indovinare. Evidentemente ci sono interessi che traggono vantaggio non dalla soluzione del problema ma dall’esistenza del problema stesso. Un po’ come le tante associazioni che si occupano di diverse malattie, SLA o cancro, per esempio, ma la lista sarebbe lunga. Si finge di lottare contro una malattia, si rastrellano quattrini e la cosa finisce lì, perché, se si trovasse una soluzione, qualcuno perderebbe qualcosa.

RD- Per esempio?

SM – I finanziamenti in primis. Ci sono capi di laboratori che non producono niente ma che sopravvivono da anni grazie a una pioggerella, a volte anche misera, di quattrini. Si stringe la cinghia ma si sbarca il lunario. Provi un po’ a pensare oggettivamente a quali risultati si siano davvero ottenuti dalle spese sostenute con i denari arrivati dalle donazioni: la SLA e il cancro, per restare a quelle due malattie, restano belli saldi dove erano. Anzi, sono in un aumento che fa paura. Inutile fare squallida retorica e spacciare illusioni, magari con le cosiddette maratone televisive di raccolta fondi: quei soldi finiscono in gran parte a pagare spese che, per essere delicati, non c’entrano se non indirettamente con la ricerca. Mi rendo perfettamente conto di come ciò che dico non sia politicamente corretto, sia sgradevole e vada contro ciò che piace a tanti sentirsi dire, magari per sentirsi in pace con la coscienza dopo aver donato un Euro via telefono, ma questo è lo stato delle cose. Se qualcuno ha da portare dati diversi, sarò lietissimo di ricredermi. Per favore, però, niente chiacchiere perché di queste abbiamo fatto indigestione.

RD – Soldi buttati, dunque?

SM – Bisogna fare una distinzione. Ci sono associazioni che si curano dei malati non come casi patologici ma come esseri umani, e spessissimo queste funzionano. Io mi riferisco alla ricerca, qualcosa che, a mio parere, troppo spesso non è nelle mani o nei cervelli giusti. La ricerca non è la politicuzza di rapina, il “lei non sa chi sono io”, il mettere a posto figli, amanti e amici, il tenere aperto un laboratorio che non produce nulla perché con i miseri fondi che ha paga appena gli stipendi e non ha i mezzi materiali per fare altro. La ricerca è cosa diversa e pretende un’onestà impietosa anche nei confronti di noi stessi. E poi, inutile raccontarci frottole: le ricerche facili sono già state fatte tutte e oggi per trovare qualcosa di nuovo ci vogliono soldi. Ma soldi per la ricerca: non per mantenere apparati. Ma, tornando alla differenza tra cura e terapia e, di conseguenza, alla differenza tra associazioni di cura e gruppi fasulli o sterili di ricerca, il mio vecchio professore di Fisiologia, il per molti versi famoso prof. Di Bella, diceva che non esistono malattie incurabili ma solo malattie inguaribili.

RD – Che cosa significa?

SM – Significa che io mi posso trovare nella situazione di non avere terapie disponibili per una malattia o, meglio, per tante malattie. Consideri che le cosiddette malattie orfane, cioè quelle per le quali non esistono cure, sono, a seconda di chi le censisce, da 6.500 a 10.000. O forse sono di più. Ma se io non posso trattare il malato con un farmaco o con una tecnica terapeutica, posso, però, prendermi cura di lui e farlo convivere meglio con la sua condizione. Ecco, allora, che le associazioni che assistono gli ammalati aiutandoli nelle loro mille necessità fanno un lavoro più che meritorio. Le ripeto che i miei dubbi sono rivolti a chi dice di fare ricerca e non ha risultati se non, magari, di facciata.

RD – Chiudiamo l’argomento e apriamone uno appena diverso ma sempre in qualche modo legato alla salute. Ultimamente Beppe Grillo ha tuonato tirando in ballo il prof. Veronesi e le mammografie. Qual è la sua opinione?

SM – Non credo valga la pena ripetere quale sia la mia opinione su Grillo. È sicuramente un personaggio perfettamente adattato al mondo di oggi, un mondo in cui si può essere miracolati passando dall’ignoranza obiettiva più totale ad essere spacciati e accettati come dei maestri di pensiero cui anche i cosiddetti nemici chiedono un parere. Ho sentito anch’io la sparata di Grillo e le do il valore che ha: flatus vocis, forse uscendo un po’ dal suo seminato avrebbe detto qualche filosofo di alcuni secoli fa. Traducendo, un peto della voce. A mio parere il tema andrebbe attaccato in maniera diversa e non certo da un comico riciclato alla comicità tragica della politica nostrana ma da qualcuno che sappia di che cosa sta parlando, qualcuno con esperienza non mediata ma diretta. Che la gestione della salute sia ammalata di corruzione è un fatto su cui non credo valga la pena insistere. Che la prevenzione sia malintesa e non si consideri quella primaria, cioè quella che mira a non ammalarsi e non alla diagnosi precoce, è pure un fatto su cui non voglio perdere tempo. Che alcuni approcci diagnostici siano abusati non ci sono dubbi e che la mammografia possa essere tra questi abusi non so escluderlo, ma credo che Grillo dovrebbe cercare nel fondo del suo cervello quell’onestà che impone agli onesti di starsene zitti quando non si hanno le nozioni e le capacità razionali per esprimersi. In questo caso, però, Grillo ha fatto una pur goffa retromarcia, anche se lo ha fatto pastrocchiando ancora di più. Forse lui non se ne rende nemmeno conto, ma quello che fa ormai preso cronicamente e forse senza possibilità di guarigione da una sorta di allucinazione di onniscienza sparando stravaganze è gravissimo per le conseguenze che può avere. Come dimostrano i numeri legati alle elezioni l’Italia conta milioni di persone disposte a dargli credito, e questo senza distinguere se discetta di pasta asciutta o di medicina. Senza insistere troppo, poi, vorrei ricordare che Grillo si è reso protagonista dell’imbavagliamento di una ricerca sanitaria importantissima, e questo per motivi che non ha mai avuto il coraggio di spiegare.  Uno scheletro nell’armadio che, chissà, un giorno potrebbe uscire e camminare. Dunque, quando Grillo parla d’interessi è meglio che pensi a quanto ha combinato e a quanto continua a combinare con il suo gruppo che sa tutto e che non alza un dito.

RD – Per finire e cambiando ancora tema, mi tolga una curiosità: perché lei dice di lavorare malvolentieri per gli enti pubblici?

SM – Questa è la società dei burocrati. Noi, in Italia, abbiamo un ministero apparentemente fatto apposta, almeno nel nome, per semplificare il ginepraio della burocrazia. Io non so che cosa quel ministero abbia fatto per tenere fede al suo mandato ma temo che sia pochino. Di fatto la burocrazia sta diventando ogni giorno più mostruosa. I burocrati, poi, quelli che fanno dell’ottusità l’arma per dimostrare ed esercitare, di regola abusivamente, il proprio piccolo potere, fanno di tutto per complicare le cose, per rendere un incubo anche la pratica più banale, aggiungendo ognuno le sue follie. Quando un ente pubblico mi chiede un’indagine e io accetto,  io passo poi metà del mio tempo non a lavorare ma a districarmi tra cartacce, bolli, timbri, firme, nulla osta che non arrivano mai per motivi avvolti nella nebbia, e quanto di altro passi per la testa ai burocrati che si avvicendano nel massacro. In aggiunta, nello stesso ente ogni burocrate fa le regole per i fatti propri, e se lei capita nelle grinfie di qualcuno che ha qualche problema mentale, non ne esce più. Poi c’è il dramma dei pagamenti. Per fare i lavori che ci vengono chiesti è normale che noi dobbiamo sostenere delle spese. Poi, a conti fatti e sempre che si riesca ad ottenere quei pagamenti, pagamenti che avvengono in tempi totalmente fuorilegge perché lo stato si fa beffe delle proprie regole, raramente i soldi che arrivano coprono le pure spese: in un modo o nell’altro lo stato trova mille giustificazioni per cancellare voci di spesa e il coltello per il manico ce l’ha lui. Insomma, quasi sempre ci si rimette. Pensi che da due procure aspettiamo i pagamenti da quasi dieci anni e quei soldi non arriveranno mai. Se ho accettato di analizzare un vaccino per una procura è solo per l’interesse che ho per l’argomento. Ad ogni modo, se vogliamo consolarci, questa situazione è ormai di tutta l’Europa. A quanto pare ognuno dei 28 paesi ha portato la propria burocrazia a Bruxelles e ciò che è uscito è stato un mostro, un mostro quanto mai prolifico. Nei fatti questo sistema ha la sola conseguenza di fare da zavorra a tutto, ricerca compresa.

RD – Perché dobbiamo sempre finire le interviste con una nota di pessimismo?

SM – Non credo sia pessimismo ma sono semplici constatazioni. Le confesso che a volte mi sembra di essere Bartali: “Tutto sbagliato, tutto da rifare!” Ma, in fondo, le domande le fa lei a suo rischio e pericolo.

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