La farina inquinata

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Roberta Doricchi intervista il dott. Stefano Montanari sugli alimenti.

 

Roberta Doricchi – Ieri sera [mercoledì 6 maggio (NdR)] ho visto un suo breve intervento sulla farina inquinata alla trasmissione TV La Gabbia di La7. Ci vuole illustrare un po’ più nei particolari la questione?

Stefano Montanari – L’interesse per l’argomento nasce da un fatto di cronaca, un fatto a mio parere di una gravità assoluta ma di cui, come avviene di regola in questi casi, i mezzi che chiamiamo d’informazione parlano, se lo fanno, quasi con timidezza. Comunque non lo fanno volentieri e, se lo fanno, liquidano la cosa in poche battute relegate dove pochi arrivano. In questo modo si mettono il cuore in pace: io te l’ho detto. Se non hai ascoltato, se avevi la TV spenta o se con il giornale hai incartato i sedani, sono fatti che non mi riguardano.

RD – Di che cosa si tratta?

SM – La settimana scorsa, a conclusione di dieci mesi d’indagine, la Guardia Forestale ha bloccato 37 camionisti appartenenti a 31 ditte diverse, in maggioranza tedesche ma operanti in Italia, che trasportavano rifiuti tossici. A scarico avvenuto, nello stesso cassone che nessuno aveva provveduto a pulire veniva caricato del grano destinato ad essere ridotto in farina nei mulini di 21 province.

RD – Qual è il problema?

SM – Prescindendo dal fatto che la legge vieta d’introdurre alimenti dove si è trasportata spazzatura, è come se lei mettesse nel piatto rifiuti velenosi (e quasi tutti, in maggiore o minor misura, lo sono), poi nello stesso piatto non lavato mettesse gli spaghetti. Insomma, insieme con il grano i mulini macinavano veleni tra cui, tanto per non farci mancare il brivido, anche amianto. Quando una giornalista m’informò di questo fatto, mi venne in mente il caso di un militare francese di cui ci eravamo occupati anni fa. Il ragazzo, morto di leucemia, era pieno di polveri tipiche della guerra combattuta in Iraq, un luogo in cui lui non era mai stato. Molto in breve, venimmo a scoprire che aveva dormito e mangiato per mesi nella ex Jugoslavia in un camion che era stato usato in Iraq ed era stato poi portato via senza che nessuno pensasse a sanificarlo. Così il ragazzo si respirò e si mangiò le polveri di un luogo in cui non era mai stato fino a morirne.

RD – A questo punto è inevitabile che io mi chieda che cosa mangiamo.

SM – Inevitabile sì, ma la risposta non può essere che parziale. Nei pochi secondi che La7 mi ha riservato ho cercato di spiegare che tanta della farina con cui facciamo pane, pasta, merendine e quant’altro è inquinata da micro- e nanoparticelle che sono potenziali induttori di cancro, di diverse malattie cardiovascolari, di malformazioni fetali e perfino di malattie insospettabili per i non addetti ai lavori come il diabete. E questo solo per nominare qualcuna delle patologie del caso. In effetti ciò che l’intervistatrice ha girato nel nostro laboratorio intervistando mia moglie e me ha preso una mattina intera ma, si sa, i cosiddetti tempi televisivi impongono ore per Il Grande Fratello e qualche secondo per sciocchezze come quelle di schiattare di cancro o di avere un figlio malformato.

RD- Ma voi non avete analizzato solo farina.

SM – Noi abbiamo analizzato campioni di centinaia di alimenti: alimenti industriali, alimenti artigianali, alimenti biologici… E, purtroppo, non ci sono differenze significative per quanto riguarda l’inquinamento da polveri.

RD – Neppure per il cibo biologico?

SM – No, ma non c’è da meravigliarsi. L’etichetta di biologico garantisce che per la preparazione di quel cibo o per far crescere quel vegetale o per allevare quell’animale si sono seguiti certi protocolli. Se, nell’ambito di uno o più di uno di quei passaggi s’introduce un inquinante, nel nostro caso particelle inorganiche, nessuno va a sindacare e, di fatto, nessuno controlla. Biologico certifica un processo e non un prodotto.

RD – Quindi biologico da buttare?

SM – Niente affatto. Comunque sia almeno si sono seguiti certi procedimenti. E non è poco. Certo che, se si cominciassero ad analizzare seriamente tutti i prodotti che ci arrivano in tavola, qualcuno smetterebbe di mangiare. In fondo, come dicono le cosiddette autorità, di qualcosa dovremo pure morire e, allora, via libera alle particelle per mortali che possano essere.

RD – Di chi è la responsabilità di questa situazione?

SM – In fin dei conti è di tutti. Dei legislatori in primis che, in crescendo, possono essere distratti, superficiali, ignoranti o corrotti e che, inevitabilmente, sono sottoposti a pressioni. Degli industriali, dei coltivatori, degli allevatori che sanno e che si prodigano per mettere a tacere il problema invece di prodigarsi per risolverlo. Dei mezzi d’informazione che troppo spesso cedono a pressioni esterne un po’ per quieto vivere, un po’ per evitare seccature giudiziarie, un po’ per il ricatto “se parli non faccio più pubblicità sulle tue reti o sul tuo giornale.” Della gente comune che allarga le braccia rassegnata se sa e chiude orecchi e cervello se rischia di venire a sapere vedendosi turbata la spensieratezza che vorrebbe avere. Per quanto riguarda gli industriali, dia un’occhiata a che cosa è accaduto con i recipienti di cottura dal fondo antiaderente. Quando il mensile Il Test ha pubblicato un lungo servizio sull’argomento questi hanno fatto in modo di confondere le acque sviando il discorso. In TV ci sono stati consigli di lasciar perdere. Appena fuori argomento, la stessa cosa è accaduta con i vaccini quando io ho denunciato il fatto che tutti i campioni che abbiamo analizzato, e non sono pochi, sono risultati inquinati. La parodia del senatore Razzi fatta da Maurizio Crozza è la fotografia esatta della situazione.

RD – Ma non esistono enti di controllo?

SM – Di quelli ne abbiamo fin troppi. Però un po’ si pestano i piedi l’uno con l’altro, un po’ hanno poco personale, un po’ hanno poca attrezzatura, un po’ hanno pochi quattrini, un po’ sono scientificamente arretrati, un po’ non hanno il supporto delle leggi, visto che ciò che vige ignora una fetta ragguardevole di problemi sanitari importantissimi…

RD – Eppure l’interesse c’è. Sull’argomento si sono spesi miliardi per organizzare l’Expo milanese [http://www.lastampa.it/2015/05/04/blogs/nanopatologie/ma-il-nostro-cibo-veramente-sicuro-C67z5l324wkPLkR10cc22L/pagina.html (NdR)].

SM – Già: sfamare il pianeta. Con che cosa pare non sia importante.

RD – Qual è la sua opinione sull’evento?

SM – Non vorrei che mi si tacciasse di qualunquismo anche se ammetto di avere molto rivalutato quel tipo di approccio al mondo e alla politica in particolare. Sull’Expo abbiamo rimediato la solita figura da italioti: quattrini  a palate sotto i tavoli e molto in cantiere quando già avrebbe dovuto essere operativo. Insomma, l’impressione che abbiamo dato è che siamo dei cialtroni e dei mascalzoni. Ma, al di là dello spreco immenso di quattrini e del prestigio sotto le scarpe, temo che si tratti della solita grancassa e dei soliti tromboni: un’orchestra rumorosa allestita apposta per rimbambire la gente. Qualche giorno fa una giornalista TV di cui non faccio il nome mi diceva che loro hanno l’obbligo di parlare benissimo dell’Expo e, mal che vada, di accennare solo, ma senza dargli importanza, a tutto quanto non funziona. Per ciò che mi riguarda io vorrei che, finalmente, si cominciasse a dire la verità su ciò che mangiamo, sempre che tutti abbiano qualcosa da mangiare. Vorrei che si sviscerasse davvero, e senza conflitti d’interesse, che cosa significa OGM dal punto di vista della salute umana e del Pianeta. Vorrei che si relazionasse scientificamente sui pesticidi e sui concimi chimici, compreso quanto esce dalle centrali a biomasse spacciandolo come un toccasana per i campi coltivati. Vorrei che ci illustrassero i procedimenti usati per rendere bellissimi certi frutti ma togliendo loro una parte notevole delle loro proprietà nutrizionali. Vorrei che si dicesse finalmente la verità sull’inquinamento che ci sta massacrando sotto tanti aspetti, e uno dei principali è attraverso ciò che mangiamo. Vorrei che si dicesse come stanno le cose a proposito di conservanti, coloranti, dolcificanti, emulsionanti, stabilizzanti, aromi sintetici e tutta la chimica che accompagna i nostri cibi. Vorrei che si parlasse delle colture che stanno devastando la Terra come, ad esempio, quelle delle palme da olio, un prodotto ormai comunissimo negli alimenti industriali come le famigerate merendine con cui le mamme frettolose imbottiscono i loro bambini: un prodotto non proprio di tutto riposo. E vorrei che si parlasse delle altre colture, quelle che potrebbero essere alimentari e che, invece, vanno trasformate chimicamente o semplicemente bruciate per fare quattrini. Parlo, ad esempio ma solo uno di quelli possibili, del mais per biodiesel, uno scandalo sconosciuto ai più che sta affamando intere popolazioni. E parlo di tutto il terreno sottratto all’agricoltura virtuosa per rifornire i micidiali e perfettamente inutili impianti a biomasse.

RD – All’Expo non si parlerà di questi argomenti?

SM – Temo si faccia di peggio. Temo che se ne parli per distorcerli al suono dei tromboni e delle grancasse, cosicché si possa affermare che dell’argomento si è trattato e su quello si è detta la parola definitiva. Dopotutto, coloro che vengono contrabbandati per scienziati sono sempre disponibili a recitare il copione che qualcuno gli ha messo sotto il naso  in cambio di due soldi o di un gradino di carriera o anche solo di una patetica passerella alla ribalta.  Insomma, temo che ne ricaveremo guai da pagare nel tempo a carissimo prezzo. Temo non significa “ne sono sicuro”. Temo significa che ormai conosco troppo bene come funziona questo tipo di mondo per non aspettarmi ciò di cui ho paura. Comunque, vedremo a fine ottobre come sarà finita la storia dell’Expo e tireremo il bilancio del caso.

RD – Ma noi cittadini comuni come dobbiamo comportarci?

SM – Non penserà che io abbia la risposta magica. Io, e parlo solo di me e della mia famiglia, cerco di evitare certi recipienti di cottura, certi cibi e anche certe marche, e la prego di non chiedermi quali perché rischierei una querela. Semplicemente certa roba io la evito. Questo è quello che faccio. Quello che potrei fare è analizzare al microscopio elettronico, oltre a quanto abbiamo già analizzato, una quantità ulteriore di alimenti con le tecniche che abbiamo sviluppato. Ma questo non lo posso fare un po’ per i costi che non posso sopportare e un po’ a causa del fatto che il microscopio lo abbiamo a disposizione solo saltuariamente a causa dell’impresa di Beppe Grillo [http://www.stefanomontanari.net/sito/blog/2550-il-grillo-mannaro.html (NdR)]. Ciò che dovrebbero fare i cittadini comuni è informarsi. Poi dovrebbero smetterla di lamentarsi senza costrutto e dovrebbero in un certo senso ricattare i partiti politici: o v’impegnate sul serio a salvaguardare la nostra salute con leggi oneste e intelligenti o non vi daremo più il voto mandandovi tutti a fare un altro mestiere. Nel contempo dovrebbero smettere di comprare alimenti industriali che non siano corredati d’informazioni minuziose su come sono fatti, da dove provengono e che cosa contengono. Molto spesso noi siamo illusi dalle etichette correnti, ineccepibili come sono dal punto di vista legale ma non proprio sincere. Prenda ad esempio l’olio extravergine d’oliva venduto come italiano. Per legge basta che appena più della metà sia nostrano e la cittadinanza italiana gli è assicurata. Di fatto quasi metà di quel prodotto può legalmente arrivare a poco prezzo da nazioni dove i controlli non sono proprio stringenti e l’apparenza resta salva.

RD – Speranze?

SM – Dipende solo da noi. Se ognuno saprà fare la propria parte con onestà e coraggio, forse ce la caveremo. Altrimenti avremo meritato una sorte non proprio invidiabile. Sarà un peccato per i nostri figli che non hanno colpe.

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