Che fine ha fatto Asso-Consum?

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Roberta Doricchi intervista il dott. Stefano Montanari

Roberta Doricchi – Come in quello precedente, anche in questo nostro incontro vorrei parlare con lei di più di un argomento.
Stefano Montanari – Bene. Cominciamo.
RD – Da tempo stiamo aspettando che ci comunichi i risultati delle analisi fatte sui campioni del 27° vaccino controllato nel laboratorio Nanodiagnostics e, soprattutto, il suo significato dal punto di vista della salute.
SM – Purtroppo non posso ancora comunicare niente perché la Procura della Repubblica che ci ha portato il materiale da analizzare e su cui prestare una consulenza sanitaria non ci dà ancora la possibilità di rendere pubbliche le nostre considerazioni. Posso dire soltanto che si tratta di un unico tipo di vaccino in più esemplari divisi in due gruppi: uno ritirato dal commercio dal produttore e uno disponibile. Tra i nostri compiti c’era quello di controllare se ci fossero differenze tra i due gruppi.
RD – E c’erano differenze?
SM – Non differenze sostanziali dal nostro punto di vista, cioè per quanto riguarda l’eventuale presenza di particelle inquinanti.
RD – A proposito di particelle inquinanti, mi è capitato di leggere su Internet un commento ad un post pubblicato sul sito Autismo & Vaccini in cui l’autore sostiene che i campioni li inquinate voi in laboratorio.
SM – Purtroppo Internet è una specie di manicomio senza confini. Quel commento è stato segnalato anche a me. Si tratta delle esternazioni di un personaggio totalmente ignaro di ciò che dice, che non ha la più pallida idea di come vengono svolte le analisi e addirittura incolpa dell’inquinamento un passaggio che non esiste. In definitiva si tratta di esternazioni che potrebbero al massimo avere come pubblico quello di un bar.
RD – Può dirci ancora qualcosa sull’ultimo vaccino controllato?
SM – No, mi dispiace. Fino a che la Procura non ce ne darà il permesso, non posso aggiungere altro.
RD – E, allora, dovremo aspettare. A proposito di attese, da tempo aspettiamo i risultati sui recipienti di cottura con fondo antiaderente.
SM – Per questo siamo in una situazione strana. Mesi fa un’associazione chiamata Asso-Consum tramite il suo presidente, un tale Aldo Perrotta, ci ordinò prima verbalmente e poi per iscritto quelle indagini con tanto di consulenza tecnica su un certo numero di recipienti. Se ne concordò il prezzo e noi eseguimmo il lavoro. A sorpresa, da qual momento l’associazione è letteralmente scomparsa. Questo senza pagare il conto.
RD – Il motivo?
SM – Non saprei. Le risposte possibili sono tante. Una, giusto a titolo del tutto teorico e senza che io ne abbia la minima prova, potrebbe essere che le ditte produttrici abbiano convinto Asso-Consum a sorvolare sul problema delle particelle che vengono aggiunte al fondo delle pentole e delle padelle per motivi puramente estetici e che si staccano con grande facilità finendo nel cibo.
RD – Ma lei ha tentato di mettersi in contatto con questa associazione?
SM – Sto tentando da mesi senza ottenere risposta né alle e-mail né alle chiamate telefoniche. Comunque, chi vuole può contattarli. Magari rispondono [Via Lombardia, 30 scala B int. 2 – 00187 Roma;
tel. 06 97 61 19 16; assoconsum@gmail.com (N.d.R.)].
RD – E, allora, cambiamo ancora argomento. Qualche giorno fa si è celebrata la Giornata Mondiale della Salute e l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dato l’allarme a proposito dei cibi contaminati. Qual è la situazione?
SM – L’OMS ha dato una fotografia del mondo dal punto di vista della sicurezza alimentare. Preoccupante ma, a mio parere, edulcorata rispetto a quella che è la realtà.
RD – Mi spieghi meglio.
SM – L’OMS dice, giustamente, che la globalizzazione ha portato ad una produzione industrializzata dei cibi. Un cambiamento così drastico e improvviso dà a virus, batteri e parassiti vari enormi opportunità d’introdursi come contaminanti negli alimenti o, peggio, nelle materie prime. Queste vengono ormai da tutto il mondo ed entrano nella composizione di un’infinità di prodotti rendendo di fatto ben poco possibili i controlli e, come è comprensibile, le eventuali contromisure. Secondo l’OMS, dal 2010 ci sono stati 582 milioni di casi di malattie da contaminazione alimentare con 351.000 morti: a mio parere una sottostima.
RD – Ancora una volta le chiedo di spiegarmi meglio.
SM – Ufficialmente le malattie da cibo inquinato sono più di 200 e vanno da una semplice diarrea a casi di cancro. Se vogliamo partire dal problema economico, pensi che l’epidemia del batterio intestinale Escherichia coli sofferta dalla Germania nel 2011 è costata 1,3 miliardi di Dollari oltre a 236 milioni versati dalla Comunità Europea, cioè dalle nostre tasse, per fronteggiare il problema in ambito comunitario. Le cifre che vengono riportate e di cui il pubblico è poco o per nulla informato riguardano solo malattie da virus, batteri e parassiti mentre,in realtà, c’è una parte molto ragguardevole di problemi legati agli inquinanti industriali o, comunque, a quelli che vengono dalle attività umane. Basta vedere i latticini o la carne contaminati da diossine, o la frutta, la verdura e i cereali con i loro derivati inquinati da particelle provenienti da traffico, riscaldamento domestico, inceneritori, fonderie, cementifici e quant’altro. Di questo inquinamento che sta diventando di primaria importanza si parla ben poco. Eppure è fonte di una serie lunghissima di patologie che vanno da parecchie forme di cancro alle malformazioni fetali.
RD – Che cosa si fa in termini di controlli?
SM – Purtroppo si fa pochissimo, e questo per una serie di ragioni. Come le ho detto, molte materie prime che sono usate abitualmente vengono da paesi in cui i controlli sono di fatto quasi inesistenti. Pensi solo all’olio di palma che viene usato in grandi quantità, per esempio, nella preparazione delle merendine con cui ben poco saggiamente si rimpinzano i bambini. Questo grasso costa relativamente poco e, tra l’altro, viene ottenuto devastando senza rimedio immensi territori equatoriali. Laggiù si spargono a piene mani prodotti, ad esempio pesticidi, che noi vietiamo da anni se non da decenni e quella roba ci arriva insieme con il prodotto d’importazione come se niente fosse, senza che nessuno alzi un dito. Ma pensi alla farina. Noi ne siamo grandissimi importatori da vari paesi del mondo e nessuno controlla se quella che arriva contenga o no particelle inquinanti. Qualche azienda venne in passato da noi per controllare i loro prodotti alimentari e quando si accorsero che non pochi di quei prodotti erano inquinati da micro- e nanopolveri e noi quella roba la vedevamo benissimo al microscopio, si sono dileguate.
RD – Perché?
SM – Semplice: perché nessuna legge ne tiene conto e, allora, perché un produttore dovrebbe spendere soldi per rivelare che il suo prodotto è avvelenato? Meglio tacere e che Dio ce la mandi buona. Cioè fino a che qualche legislatore di polso, preparato e onesto non imporrà ricerca ed eliminazione di quella roba e fino a che un magistrato illuminato non porterà davanti ad un giudice quei produttori che sanno e tacciono.
RD – Ma da noi che si fa?
SM – Pochissimo, anche se per diverso tempo ha circolato una pubblicità istituzionale che affermava il contrario. A margine le dico che negli Stati Uniti la situazione è non di poco peggiore di quanto non sia nella Comunità Europea, ma anche qui da noi c’è poco da stare allegri. I parametri di cui la legge prende considerazione sono un’inezia rispetto a quello che è il reale inquinamento, e i controlli di quei pochi parametri si eseguono su una frazione minima di ciò che ci finisce in tavola. Il motivo è in parte la carenza di mezzi tecnici e strumentali e di uomini dedicati, e in parte c’è il problema culturale di chi sui controlli dovrebbe legiferare e di chi quei controlli li dovrebbe fare eseguire. Esempi possibili ce ne sono abbastanza da riempire un tomo spesso come un volume dell’Enciclopedia Treccani. Restando al solo problema culturale e scegliendo un esempio fra i tantissimi possibili, pensi al pesce che mangiamo. Al di là dell’inquinamento da mercurio ormai ben noto con tutto il pericolo che comporta specie a carico delle donne gravide e dei nascituri, per una percentuale enorme i pesci sono inquinati dalle particelle di plastica che quegli animali ingurgitano con il plancton, e non pochi esemplari sono ammalati di cancro del fegato. Questo già noi lo constatammo anni fa analizzando in laboratorio delle acciughe e oggi è confermato da uno studio americano durato decenni. Se si sta ai fatti, il vecchio “sano come un pesce” dovrebbe oggi essere ribaltato in un “malato come un pesce”. Quando noi abbiamo tentato di promuovere una ricerca conoscitiva del fenomeno, la proposta è stata bocciata dalle autorità competenti. Competenti per argomento e non sull’argomento, naturalmente, perché sull’argomento non mi pare che brillino per preparazione. Insomma, meglio non sapere niente perché, tanto, non ci sarebbe possibilità di affrontare la situazione.
RD – Ma davvero la situazione è inaffrontabile?
SM – No: la situazione può essere affrontata, ma richiede l’impegno non solo di chi pensa ed emana leggi ma anche di tutti i cittadini. Come accade per molti altri casi, il problema fondamentale è legato ai rifiuti. Perciò è indispensabile limitarne la quantità prodotta ed è indispensabile saper scegliere ciò che si acquista e si usa privilegiando quanto è sufficientemente compatibile con l’equilibrio del mondo in cui viviamo e, ci piaccia o no, da cui non possiamo evadere. Come vede, una buona parte del problema è di origine culturale. Se la gente fosse tenuta meno ignorante e aprisse occhi e cervello, si renderebbe conto che suicidarsi in massa non è una bella idea, in particolare se il suicidio è doloroso. Per esempio e tanto per cominciare, la gente non accetterebbe di acquistare prodotti che contengono nanoparticelle inorganiche perché lì vengono aggiunte deliberatamente, da certi cibi a certi dentifrici, e non cucinerebbe in certi recipienti. Malauguratamente i nostri mezzi di cosiddetta informazione dedicano pagine o ore di trasmissione a sciocchezze mortificanti e si rifiutano di toccare argomenti addirittura vitali o, quando lo fanno, riservano per quello solo qualche minuto frettoloso o qualche riga mal scritta, il tutto con il tono stucchevolmente didattico della maestrina. E non va meglio nelle scuole dove, magari, i bambini vengono educati all’ecologia da chi gestisce gli inceneritori di rifiuti. Qualche anno fa mi accadde di parlare con un bambino il quale era convinto che più rifiuti produciamo e più rifiuti sono bruciati, più energia elettrica otteniamo. Insomma, più porcherie generi e più godiamo tutti: una situazione paradossale molto ben vista da tanti amministratori pubblici che sui rifiuti mangiano almeno quanto i mafiosi: entra “monnezza”, esce oro. Io sono vecchio e una grande fregatura non la prenderò, ma i giovani? I giovani dovranno vivere in un mondo sulla cui salute non giocherei un centesimo.
RD – Ammetterà che i nostri incontri sono deprimenti.
SM – Se vuole, posso raccontarle le favolette della TV, quelle, ad esempio, di Piero Angela che, recitando un copione di cui sa ben poco, afferma che l’inceneritore, in quel caso quello di Barcellona, non emette altro che vapore d’acqua e aria pulita in barba alle leggi elementari della chimica e della fisica perché, per usare parole sue, “è fatto bene”. Ai vecchi tempi un’enormità del genere avrebbe portato ad una solenne bocciatura in qualunque liceo. Oggi con roba simile si fa quella che passa per divulgazione scientifica.

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