L’inquinamento bellico che lo Stato non riconosce.

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Roberta Doricchi intervista la dottoressa Antonietta Gatti.

 

Roberta Doricchi – Qualche giorno fa abbiamo pubblicato un suo articolo a proposito dell’uranio impoverito e pare che questo abbia sollevato un putiferio. Quali sono le ragioni?

Antonietta Gatti  – C’è una ragione in testa a tutte: non c’è un soldo in cassa e lo stato non sa come fare a risarcire i militari che si sono ammalati dopo essere tornati da una zona di guerra o, se si preferisce, da una zona dove la guerra c’è stata ma le conseguenze restano. Per questo si cerca qualunque appiglio cui aggrapparsi per non far fronte agli impegni legali e morali che si hanno quando si manda un dipendente ad eseguire un lavoro pericoloso senza le adeguate protezioni e informazioni dei rischi che correva.

RD – Ci vuole puntualizzare meglio il caso?

AG – Ne ho parlato talmente tante volte e le cose sono talmente note in campo scientifico che non saprei proprio che cosa dire che già non sia stato detto e ridetto. Che tutte le polveri solide, inorganiche e non degradabili siano patogene è un fatto che nessuno scienziato metterebbe mai in discussione, vedi il rapporto dell’Organizzazione Mondiale della sanità che le classifica come cancerogeni di classe I cioè sicuri cancerogeni. E, infatti, chi tenta di sollevare dubbi è sempre e regolarmente qualcuno che con la scienza non ha dimestichezze e, va da sé, non ha la minima esperienza pratica sull’argomento specifico. Io su questo lavoro da anni, ho analizzato all’incirca 200 casi di militari e più o meno 2.000 casi di malattie da micro- e nanoparticelle in totale. Per me le cose sono lampanti e, devo dire, altrettanto sono per chi lavora in questo ambito senza interessi personali.

RD – Che cosa significa “senza interessi personali”?

AG – Beh, la cosa è semplice. Da anni non ci sono quattrini per la ricerca e, di conseguenza, per mantenere i ricercatori. Così, per sopravvivere, c’è chi si presta a raccontare cose non proprio corrette o unilaterali. Poi c’è tutta la torma di personaggi che cercano qualche soldo e qualche gradino di carriera compiacendo chi di quel pur poco denaro dispone e altrettanto dispone del potere di far fare carriera. E, allora, nessuno si meravigli se balzano agli onori delle cronache tesi e controtesi che non si reggono in piedi dal punto di vista scientifico e che non hanno nessuna base di esperienza, cioè il fondamento della scienza da Galileo in poi. Ma, per strampalate che siano, queste hanno, comunque, la potenzialità d’influenzare chi deve giudicare se un soldato che si è ammalato abbia il diritto  ad essere in qualche modo risarcito. È chiaro che una società, uno stato, che non ha soldi cerca in ogni modo di non pagare e, per questo, si appiglia dove può. A questo punto è solo lo scienziato che non ha interessi in ballo ad essere credibile. Naturalmente non è che chi non ha interessi personali sia ipso facto infallibile: è solo più credibile e, se sbaglia, è più scusabile.

RD – La prego: ci sintetizzi il problema dell’uranio impoverito.

AG – Non ripeterò che cos’è questo, per molti misterioso, uranio impoverito. Chi vuole legga l’intervista di qualche giorno fa o i miei articoli o i miei libri, uno dei quali uscirà a primavera negli Stati Uniti per l’editore Elsevier. In estrema sintesi, l’uranio impoverito è un rifiuto delle centrali nucleari che è ancora debolmente radioattivo e che viene “riusato” per fare proiettili e bombe. Esplodendo aerosolizza e il bersaglio e tutto il materiale della bomba. E’ comunque l’alta temperatura di esplosione (3036-3063°C) che genera polveri submicroniche che se  inalate e/o ingerite da color hanno soggiornato nelle vicinanze (soldati, operatori umanitari, giornalisti, comuni  cittadini) hanno la capacità di “invadere tutto il corpo”. Queste polveri sono in parte debolmente radioattive e se inalate possono favorire l’innesco della malattia. Qualche anno fa io andai a Sarajevo e ho personalmente misurato la debole radioattività di qualche dardo all’uranio impoverito, inesploso, ancora conficcato a terra. Ciò che si sostiene, e che trova conferma nelle analisi dei tessuti patologici è che chi si è ammalato in zone di guerra sia stato esposto a microparticelle anche nanodimensionate da “inquinamento bellico”. Inquinamento che e per morfologia, dimensione e composizione chimica è spesso abbastanza unico.

RD – Nelle reazioni si sostiene pure che lei, dicendo che l’interesse per l’uranio è incostante, affermi in qualche modo che l’uranio è, tutto sommato, un argomento di scarsa importanza.

AG – Credo che qui tocchiamo abissi di follia. Ciò che ho detto è ciò che accade: si sta mesi senza che nessuno si occupi dell’argomento e poi, occasionalmente, qualcuno lo risveglia e una folla di persone del tutto impreparate sputa sentenze che, nella migliore delle ipotesi, sono teneramente ridicole, mentre in altri casi sono decisamente pericolose, trattandosi di chi, pur senza competenza, gode di voce in capitolo. Intanto non passa giorno senza che qualcuno, soldato o civile, si ammali e, ogni tanto, muoia. Ho visto personalmente dei soldati preparatissimi che ammalandosi non hanno più ottenuto l’idoneità fisica e pertanto sono stati “licenziati”da servizio senza alcuna pensione o indennità.

RD – Ci spieghi bene. Quanto c’entra l’uranio con questi casi patologici?

AG  – C’entra e tanto. L’uranio impoverito è un rifiuto delle centrali nucleari e, per questo, è economicamente vantaggioso ( non si devono spendere soldi per disfarsene in sicurezza). Per questo ce n’è tantissimo disponibile e per anni si è tenuto relativamente segreto il suo uso. Dico relativamente perché chi voleva sapere aveva gli strumenti per saperlo. Per di più, a causa della temperatura che genera, l’uranio è capace di produrre particelle solide di struttura molto complessa e piccolissime. Resta il fatto che è a dir poco ridicolo quando non mortificante dal punto di vista scientifico, intellettuale e morale che, se qualcuno è vittima di particelle causate da esplosioni, queste debbano forzatamente originare da uranio impoverito. Non fosse così, venissero, dico tanto per dire, da bombe al tungsteno, peggio per lui e vada a morire senza nulla pretendere. Ci sono altri armi, e quelle al tungsteno di cui ho detto ne sono un esempio, capaci di generare particelle piccolissime e, per questo, quanto mai capaci di causare malattie nell’uomo, negli animali e nell’ambiente.

RD – Com’è la situazione dal punto di vista dei tribunali?

AG – Per fortuna i giudici attrezzati dal punto di vista intellettuale e morale non mancano. Per questo le sentenze che impongono allo stato di risarcire con quello che si può, cioè con il denaro, qualcosa che non ha prezzo come la salute o perfino la vita sono sempre più numerose. A mio parere, sarebbe opportuno che certi personaggi cominciassero a studiare o se ne stessero prudentemente in silenzio, e questo non solo per motivi etici ma anche per loro stessi che, tra qualche anno, potrebbero venire classificati come quei sedicenti scienziati e quei politici che, oggi smentiti perfino dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, qualche anno fa sostenevano che le nanoparticelle fossero innocue. Insomma, il mio articolo è stato volgarmente strumentalizzato distorcendone il significato, e tutto questo per motivi non certo onorevoli.

RD – Che cosa succederà ora?

AG – Non saprei. Mi dispiace solo per quei poveri ragazzi che, ignari di tutti i rischi che andavano a correre, avevano magari messo in conto di essere colpiti da una pallottola o di pestare una mina, ma mai avrebbero pensato di ammalarsi restando senza forze fino a morire. E qualcuno tra quelli che incontro mi racconta anche della sua delusione nei confronti di uno stato che tenta in ogni modo di abbandonarli come cani in autostrada. Quanto a me, forse sarà opportuno che io mi occupi dell’argomento solo trattandone in ambiti strettamente scientifici dove chi ora sta cercando di usare ciò che ho detto in maniera disonesta non ha accesso.

RD – Sarebbe un vero peccato. In questo modo il grande pubblico resterebbe all’oscuro di tante cose.

AG – Bisogna mettere sulla bilancia i pro e i contro. Se uno solo di quei personaggi riuscisse a facilitare il non-risarcimento di uno dei ragazzi di cui mi occupo o dei tanti che sono ammalati, non mi darei pace. Invito queste persone ad alzarsi dalle poltrone, toccare con mano le situazioni per rendersi conto della sorte di quei ragazzi senza presente e senza possibilità di futuro e soprattutto a fare le analisi direttamente sui loro campioni patologici, e poi forse parlare, ma con cognizione di causa.

RD – La verità verrà a galla?

AG – La verità è a galla da anni. Purtroppo c’è chi intorbida le acque e c’è chi ci casca. Qualcuno in buona fede, altri no.

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