Il boom dell’uranio impoverito.

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di Antonietta Morena Gatti

L’interesse per l’uranio impoverito assomiglia molto per andamento alle epidemie d’influenza: va e viene a ondate. Ora, incidentalmente grazie ad un post in cui Beppe Grillo riprende un articolo del giornalista Lorenzo Sani e grazie ad un altro articolo della giornalista e scrittrice Stefania Divertito, l’interesse sta montando di nuovo.

Lo ammetto: quando cominciai a studiare scientificamente sul campo, dal laboratorio di Modena a Sarajevo, il problema non mi aspettavo tanta resistenza da parte dell’opinione pubblica e della politica, ma, evidentemente, sbagliavo.

Senza entrare in polemica inutile con nessuno, in particolare con coloro che emettono sentenze senza avere la più pallida idea di ciò che dicono e, naturalmente, senza averne la minima esperienza, mi sono dovuta accorgere che tante persone che esprimono i loro giudizi sull’argomento ne ignorano le stesse basi. Ad esempio, sono pochi a sapere che cosa è in realtà l’uranio impoverito, tanto che, con un certo imbarazzo, mi capita di essere coinvolta di tanto in tanto in trasmissioni radio o TV in cui chi ne tiene le redini aggettiva indifferentemente l’uranio in questione come impoverito o arricchito senza sapere delle differenze e, in fondo, senza sapere davvero di che cosa sta parlando.

Molto in breve, l’uranio naturale è composto da alcune varietà – isotopi in termine tecnico – di cui quella di gran lunga prevalente in quantità è il cosiddetto 238 (99,3%). L’isotopo 235 (meno dello 0,7%) è quello che serve per le centrali nucleari e per la bomba atomica. Insomma, è quello “utile”. E, allora, lo si estrae dalla massa totale di uranio e lo si aggiunge all’uranio 238 che diventa, così, arricchito. Quello che resta, cioè quello quasi del tutto privato del prezioso 235, è l’uranio impoverito, in definitiva un rifiuto. Ora occorre sapere che tutto l’uranio, indipendentemente dagli isotopi, è piroforico. Questo significa che, se subisce un urto ed è a contatto con l’ossigeno atmosferico, è capace di sviluppare una temperatura superiore ai 3.000 gradi centigradi. Questa particolarità, unita a quella di essere un ottimo penetratore, fa sì che l’uranio impoverito trovi una collocazione nei proiettili e nelle bombe di chi può disporre di quel particolare rifiuto, tenendo conto che ne basta una quantità molto modesta per ottenere l’effetto devastante desiderato su una bersaglio anche di non certo piccole dimensioni. La temperatura è sufficientemente alta per far volatilizzare bersaglio e bomba trasformando provvisoriamente la materia in atomi o in piccolissime molecole. Queste entità sono scagliate lontano dal punto di contatto tra proiettile e bersaglio e trovano presto un ambiente relativamente freddo dove si condensano sotto forma di particelle piccolissime capaci sia di galleggiare in aria sia di ricadere a terra. Le particelle che galleggiano possono essere inalate e respirate, mentre quelle che cadono su frutta, verdura e cereali possono venire ingerite. Sono quelle particelle, quelle che entrano o attraverso i polmoni o attraverso l’apparato digerente, ad essere catturate da qualunque organo o tessuto e a sviluppare le malattie.

Di questo ho detto e scritto un’infinità di volte sia per il grande pubblico sia per i medici sia per i politici come membro della Commissione senatoriale sull’uranio impoverito ma, evidentemente, senza lasciare grande traccia nei cervelli. È indispensabile sapere che ciò che dico, e l’argomento è quello delle nanopatologie, cioè le malattie da micro- e nanoparticelle, non è frutto di opinione personale ma è il risultato di ricerche minuziose sul campo e di osservazioni scientifiche originali che risalgono agli Anni Novanta e che sono in corso anche ora. Per gli studi sulle polveri sono stata pure a capo di due progetti di ricerca europei e ho collaborato a progetti nazionali.

Eppure, ogni volta che viene pubblicato qualcosa in proposito sia su carta sia in rete sia in radio sia in televisione si accenna a questo uranio come se, in stato di quiete, quell’elemento fosse capace d’indurre malattie. In realtà l’uranio in quanto tale, se resta fuori dell’organismo, non è particolarmente aggressivo per la salute, e prova ne sia il fatto che chi lavora nelle fabbriche dove si confezionano armi all’uranio impoverito non sviluppa nessuna patologia che abbia qualcosa a che fare con quelle dei militari o dei civili che abitano in zone di guerra. Aggiungo che nei circa 200 casi di soldati che ho studiato analizzando i loro reperti patologici non ho mai trovato tracce di radioattività ma solo le polveri causate dalle esplosioni. E aggiungo ancora che non è solo l’uranio a generare polveri ma anche qualunque altra esplosione, quelle delle armi al tungsteno con i loro 5.000 gradi in primis, anche se il tungsteno, per vari motivi, si usa molto meno dell’uranio.

In conclusione, vedo di essere semplice al massimo: non è l’uranio in sé ad essere induttore di malattia ma lo diventa quando colpisce un bersaglio volatilizzandolo. Deve essere chiaro che qualunque esplosione provoca identici danni e, dunque, parlare di malattie “da uranio impoverito” ha poco senso, anche se capisco che sia comodo trovare un colpevole che piaccia a tutti.

 

Antonietta Morena Gatti

 

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