Che cosa ho respirato oggi

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Articolo tratto da La Stampa di Antonietta Gatti

Il nostro corpo è una macchina che, per funzionare, ha bisogno inderogabile di Ossigeno, Ossigeno che viene preso dall’aria che respiriamo. Se quel gas manca, il nostro corpo non gradisce e reagisce malamente. Più o meno, fatte le dovute differenze, quanto avviene nelle automobili se sbagliamo il tipo di benzina: non funzionano più. Insomma, l’Ossigeno ci vuole e deve essere dosato in modo giusto.

A cozzare con questa necessità, la presenza di polveri nell’aria e, così, la Comunità Europea ha stabilito dei limiti per quella indebita presenza (per ora le PM10 non devono superare i 40 microgrammi/metro cubo) ma i nostri politici, e non parlo solo di quelli italiani, non hanno messo in pista nulla per restare davvero all’interno di quel limite, qualunque valore scientifico i 40 microgrammi abbiano.

 

Per questo da un po’ di tempo controllo quello che respiro.

 

Il 10 Ottobre scorso sono andata a Roma e ho indossato un sistema prototipale ultracompatto sviluppato all’interno di un progetto Europeo. Quel piccolo aggeggio respira con me o, meglio, aspira l’aria che anch’io respiro filtrandola e trattenendo sul filtro le polveri che ha catturato.

 

Ho quindi acceso il mio aspiratore personale in treno durante il viaggio da Modena a Roma, in vari tragitti in metropolitana (fermate di attesa con un bel vento che spira dai tunnel e dentro la carrozza) e durante i tragitti a piedi per le via di Roma centro. In tutto il sistema è restato acceso 6 ore e in 6 ore, certo un tempo ben inferiore a quello della mia giornata, ho inalato circa 420 microgrammi di polveri. Calcolando che, a spanne, ho respirato 9 litri al minuto, in 6 ore ho immesso nei miei polmoni 3.240 litri d’aria, equivalenti a 3 metri cubi e poco meno di un quarto. Facendo tutti i calcoli, legge dei 40 microgrammi alla mano, sarei dovuta restare sotto i 130 microgrammi di polvere. E, invece, le polveri che ho ficcato nei miei polmoni hanno ampiamente superato il triplo del limite.

 

Ho analizzato queste polveri grazie al contributo dell’ARPAM di Pesaro diretta dal dott. Claudio Pizzagalli e dentro ci ho trovato molti metalli pesanti. Soprattutto Ferro, Ferro-Silicio, Ferro-Cromo-Nichel, cioè acciaio. Sarò diventata una “donna di Ferro” come la mitica Margaret Thatcher? Ma ci ho anche trovato Rame e Molibdeno, e l’analisi non è ancora finita.

 

Ne sono certa: i miei polmoni non sono stati contenti. E neanche il resto del mio organismo. Ormai né i polmoni né gli altri organi lo sono più da anni. Sono sicura i miei polmoni sono di color grigiolino come se avessi sempre fumato, e invece non l’ho mai fatto.

 

Quello che mi ha sorpreso di più in quello che ho trovato nella mia macchinetta è la miriade di polveri ultrasottili che ci ho trovato. Anche nanoparticelle di sicura origine antropica, quelle, cioè, che produciamo noi uomini con le nostre tecnologie ad alta temperatura. Quelle particelle sono non solo tante ma hanno le composizioni più varie e sono tutte potenzialmente cancerogene. Questo lo afferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Agenzia Mondiale per la Ricerca sul Cancro che nel rapporto n. 219 stabilisce che le polveri PM2,5, cioè la maggior parte di ciò che ho respirato, sono cancerogeni di classe I, cioè cancerogeni sicuri. Dipende solo dalla concentrazione e dal loro accumulo nell’organismo.

 

Sì, sono preoccupata per me, ma quello che m’inquieta di più è l’effetto di quella roba sulla salute dei bambini che, a parità di concentrazione di polveri nell’aria, per il loro peso ridotto, subiscono un impatto maggiore.

 

Senza approfondimenti, peraltro possibili, non posso sapere qual è l’origine di quelle polveri: il traffico automobilistico è sicuramente responsabile ma ci sono altrettanto sicuramente altre fonti d’inquinamento più specifiche per la tipologia composizionale delle polveri.

 

Anni fa, nell’ambito di un gruppo che si doveva occupare dell’inquinamento romano, si fece un esperimento interessante. Si montò sul tetto di un autobus di linea un aspiratore di aria passivo che, all’interno, conteneva due tipi di filtri per le polveri. Studiando quei filtri verificammo che nel giro di una settimana di lavoro ne restava intrappolata una discreta quantità. In definitiva, poche o tante che fossero, il sistema le toglieva dall’ambiente. E’ ovvio che un solo autobus non poteva incidere granché sull’ambiente urbano, ma con una flotta di autobus qualcosa si potrebbe fare. L’allora sindaco Alemanno e l’ATAC, l’ente che gestisce gli autobus, avevano in quel tempo problemi reputati ben più importanti che non occuparsi della salute dei cittadini, come le cronache giudiziarie hanno poi evidenziato. Così la faccenda non ebbe seguito.

 

La cosa buffa è che ora l’EPA (l’agenzia americana per la protezione dell’ambiente) dice che chi produce, sintetizza, genera materiali nanodimensionati deve notificare all’agenzia stessa informazioni circa le metodologie di produzione e di processamento, la quantità, i particolari sull’esposizione subita dai cittadini, l’impatto sulla loro salute e i dati di sicurezza.

 

E se anche noi pretendessimo queste informazioni dai direttori degli inceneritori, dei cementifici, dei costruttori di motori che, per l’elevata temperatura di gestione, producono particolato spesso ben al di sotto del micron?

http://www.lastampa.it/2014/11/01/blogs/nanopatologie/che-cosa-ho-respirato-oggi-O7yZBlq05nKeE2EIlo7tgM/pagina.html

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