Padelle antiaderenti: Stefano Montanari e Asso-Consum vogliono vederci chiaro

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Roberta Doricchi intervista il dott. Stefano Montanari a proposito dei recipienti di cottura con il fondo antiaderente.

Roberta Doricchi – Che cosa sta succedendo con le pentole e le padelle con il fondo antiaderente?

Stefano Montanari – Un pandemonio.

RD – Se lo aspettava?

SM – Non ne avevo dubbi.

RD – Riassumendo, a inizio ottobre il settimanale Il Salvagente pubblica una sua intervista sul tema e d’improvviso si scatena l’interesse con siti Internet che riprendono l’argomento e radio locali e nazionali che trasmettono interviste con lei. Qual è la sua versione dei fatti?

SM – È un déjà-vu accaduto in passato, tra l’altro, con i vaccini e con i filtri antiparticolato per i motori Diesel. In realtà, almeno per quanto riguarda un certo folclore, non c’è molto di nuovo. Anzi, c’è molto di vecchio. Capisco che la cosa sia difficile da digerire soprattutto se ci sono quattrini in ballo, ma noi, noi inteso come esseri viventi, non ce la facciamo a tollerare le polveri inorganiche che in qualunque modo entrano nel nostro organismo. Noi, mia moglie ed io, abbiamo fatto scoperte in proposito che ormai risalgono alla notte dei tempi e dal 2007 anche l’EEA (European Environment Agency [N.d.R.]) non ha dubbi, scrivendo in un documento ufficiale (Report 2/2007 [N.d.R.]) che non esistono livelli tollerabili conosciuti per le particelle. L’anno scorso anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato le polveri tra i cancerogeni certi e, dunque, discuterne ancora sarebbe ozioso. Poi c’è tutta la serie di altre malattie legate alle polveri chiamate nanopatologie. Ma di questo credo che abbiamo già parlato altre volte.

RD – Sì, ma le padelle…

SM – Oltre due anni fa un grande distributore nazionale di cui, per ovvi motivi di etica professionale, non posso fare il nome ci portò un po’ di recipienti con l’interno antiaderente da analizzare.

RD – Perché?

SM – Penso che qualcuno all’interno dell’azienda avesse qualche dubbio su ciò che luccica all’ interno dei recipienti e sulla sua effettiva innocuità. Comunque sia, quel distributore ci chiese di vedere se quella roba si staccasse dal fondo.

RD – E si staccava?

SM – Con facilità.

RD – La conseguenza?

SM – La conseguenza è quella ovvia: quella roba non può che finire nella frittata, nella bistecca e, insomma, in ciò che si cucina. Se facciamo due più due…

RD – Se facciamo due più due quella roba ce la mangiamo.

SM – Appunto.

RD – Giusto per completezza d’informazione: quel distributore smise di vendere quel tipo di recipiente?

SM – No, continua come se niente fosse. Del resto, la legge glie lo consente e non posso certo essere io a svegliare i legislatori, se non altro per invitarli ad un approfondimento. Magari le padelle che abbiamo analizzato noi erano tutti difettose.

RD – Arrivati qui è inevitabile che le chieda perché quegli additivi, se il termine è giusto, si aggiungono al fondo antiaderente dei recipienti di cottura.

SM – Premettendo che non hanno la minima funzione pratica, nel senso che non aggiungono niente di rilevante alla prestazione per quanto riguarda l’attaccarsi o no del cibo, l’unico motivo è quello che spingeva gli antichi esploratori a farsi amici i selvaggi con le perline di vetro e gli specchietti. Nel nostro caso si tratta di attirare le massaie per invogliarle all’acquisto di un prodotto dall’aspetto reputato accattivante.

RD – Che cosa c’è in quelle “perline”?

SM – Si tratta in prevalenza di minerali. Spesso contengono silicio, ma c’è molto altro: ferro, nichel, cromo, titanio, magnesio, alluminio, zolfo. Perfino un po’ d’oro ci abbiamo trovato, ma non è tanto la composizione ad essere importante quanto il fatto che quelle particelle, a volte ben più piccole di un micron, possono passare attraverso le pareti dell’apparato digerente, finire nel sangue, da lì ad ogni organo dove vengono catturate senza possibilità di sfuggire e scatenare le ormai notissime reazioni da corpo estraneo. Se le particelle più grandi, e ne abbiamo trovate anche da 50 micron, una misura ragguardevole, non sono particolarmente aggressive semplicemente perché faticano ad attraversare i tessuti o non ce la fanno per niente, non così si può dire di quelle piccole e, soprattutto, di quelle piccolissime.

RD – Insomma, diciamo che lei non consiglia l’uso di quei prodotti.

SM – Nella migliore delle ipotesi io faccio testo solo a casa mia. Per il resto sono del parere che ognuno può fare quello che gli pare. Mi parrebbe onesto, però, mettere tutti in condizione di poter scegliere in modo consapevole.

RD – Non è così?

SM – Certo che no. Come ho detto, quando ci sono i soldi di mezzo l’informazione cambia faccia oscillando tra la censura e la distorsione totale, una condizione peggiore del silenzio perché illude dando sicurezze fasulle. Nessuna sorpresa se le istituzioni giocano il ruolo peggiore. Questo vale per un’infinità di prodotti e si può applicare ad un’infinità di casi che con le merci non hanno niente a che spartire.

RD – Quali sono state le reazioni a ciò che ha detto sulle padelle?

SM – Le più disparate. Alcune deprimenti. Confesso di non frequentare granché i vari siti Internet, ma c’è sempre qualcuno che mi telefona o mi scrive per segnalarmi qualcosa. Proprio oggi leggevo di un tale che, con una logica molto personale e con un grado di preparazione classico dei tempi nostri strepitava asserendo che diversi tra gli elementi che costituiscono quelle polveri fanno parte da sempre della nostra dieta quotidiana e sono perfino indispensabili al nostro metabolismo. Peccato che a quel tale sfuggissero alcuni concetti fondamentali quali, tra gli altri, la differenza tra atomo, molecola e particella, una differenza che è fondamentale se si vogliono capire certi meccanismi biologici. Del tutto sconosciuto, poi, il concetto di biodisponibilità, cioè la capacità dell’organismo di utilizzare un determinato elemento. Tanto per capirci, del ferro noi non potremmo fare a meno, ma, se lei mangia un bullone, temo che di quel ferro, per tanto che sia, il suo organismo non saprebbe che fare. Peggio ancora se di ferro fosse fatta una pallottola che, facendo gli scongiuri, le trapassa il cuore. Sempre di ferro, comunque, si tratta. Poi c’è chi ha pontificato sull’indubbia tossicità dei cibi bruciacchiati, senza pensare che, se si cucina correttamente, non si bruciacchia nulla. Ma le reazioni più ingenue e, insieme, più veementi, sono state quelle del club che riunisce i produttori del pentolame. Lasciando da parte l’evidente interesse economico e l’accusa tanto abituale quanto assurda di “allarmismo” – e aggiungo tra parentesi che un’occhiata al vocabolario non sarebbe tempo sprecato – quei signori mi si sono scagliati addosso dimenticando di fornire un qualunque supporto scientifico e una qualunque analisi dei loro prodotti. Una cosa buffa è quella di sostenere che le particelle non fanno male. Ma alle assurdità ormai ci ho fatto il callo. Altra accusa è stata quella di non aver informato le autorità sanitarie né i produttori dei nostri risultati. Cosa che risponde al vero, ma non spettava certo a me avvertire altri se non chi mi aveva chiesto le analisi, e questo è stato fatto non solo al termine di tutto ma addirittura in corso di lavoro, tanto che ci fu chiesto di analizzare anche altri recipienti per confermare i risultati che stavano uscendo. Furono loro, poi, i distributori, ad avvertire i produttori, uno solo dei quali si fece vivo con noi.

RD – E che cosa successe?

SM – Si meraviglia se le dico che non successe nulla? Quel produttore ebbe una reazione vagamente isterica che si spense in un attimo e il distributore continuò imperterrito a distribuire ciò che il produttore continuava imperterrito a produrre. Del resto, chi ha seguito ciò che accadde con altri prodotti di cui ci siamo occupati sa che quella è la prassi.

RD – Che cosa sarebbe dovuto succedere?

SM – In un contesto di onestà, le aziende avrebbero dovuto far eseguire analisi da un altro laboratorio e avrebbero dovuto chiedere un confronto sereno tra i risultati. Se mi si fosse dimostrato che avevamo sbagliato tutto, io ne sarei stato felice, così come sarebbe stato il caso, purtroppo mai accaduto, per tutti gli altri prodotti di cui abbiamo dovuto rilevare le falle.

RD – E invece?

SM – Ovviamente nulla di tutto ciò: molto meglio non approfondire e nascondersi dietro un dito.

RD – A questo punto, che cosa succederà?

SM – Se dovessi scommettere direi che, a corto di argomenti e senza rendersi conto che, così facendo, mostrano tutta la loro fragilità, come è l’abitudine chi produce e vende quei prodotti farà di tutto per spargere un po’ di fango generico su di noi e si premurerà di sbandierare certificati e nulla osta, magari sorvolando sul fatto che quelli sono documenti burocratici e basta, e che nessuno si è mai curato di un aspetto sanitario importante. Qualcuno dirà, anche giustamente da un certo punto di vista, che, in fondo, le quantità di particelle ingerite con le padelle non sono elevate e che c’è di peggio nella vita, e qualcun altro tornerà a cucinare nei recipienti senza quel fondo. Dall’altra parte c’è un’associazione di consumatori che vuole vederci chiaro.

RD – Di quale associazione si tratta?

SM – Di Asso-Consum che ci ha chiesto qualche altra indagine e che, se si dovesse arrivare ad una conferma di quanto già rilevato oltre due anni fa, coinvolgerà la magistratura. Come è sempre stato il mio atteggiamento, anche Asso-Consum non ha preconcetti e non accusa nessuno a priori: semplicemente vuole sapere come stanno le cose. Mi lasci invitare chi vuole vedere altrettanto chiaro nella faccenda a mandare una mail ad assoconsum@gmail.com o a dare un colpo di telefono al numero 06 97611916. È gratis. Lo sottolinei: vogliamo solo vederci chiaro.

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