A proposito di allergie e intolleranze…

allergie-e-intollerenze-polline

Ormai molto tempo fa, all’età di sei o sette anni, uno dei miei figli cominciò a mostrare intolleranze notevoli verso cibi che non si riuscivano a individuare. Così lo sottoponemmo ad un’indagine (costosa) che avrebbe dovuto stabilire a quali alimenti fosse allergico. Ne uscì una lista lunghissima da cui scaturì una dieta ferrea. Il risultato fu zero. Allora ricorremmo ad un’altra indagine (costosa)  diversa dalla prima e la lista che fu partorita fu totalmente in contrasto con la prima, tanto che i cibi proibiti divennero quelli permessi quando non perfino raccomandati e viceversa. Dieta ferrea al contrario e risultato identico: zero. Esperienza personale, per quello che può valere. Comunque, dopo qualche tempo tutti i sintomi se ne andarono per i fatti loro.polline foto

Non è assolutamente mia intenzione cimentarmi in un saggio sull’allergia. L’argomento è quanto mai vasto e complesso, certamente in via d’evoluzione da parte della Medicina e, bisogna ammetterlo, a dir poco in gran parte misterioso per gli stessi allergologi. Chi si aspetta o pretende una disamina ex cathedra farà meglio a fermare qui la lettura e a rivolgersi ai tanti tomi ponderosi, non sempre in reciproca armonia, che esistono sulla materia.

Il concetto di allergia (parola costruita dal greco antico “attività estranea”) risale ad oltre un secolo fa e partì da due pediatri austro-ungarici, tali Clemens von Pirquet e Béla Schick, che si accorsero come il nostro sistema immunitario possa reagire in modo esagerato a certi stimoli producendo troppi anticorpi chiamati poi immunoglobuline E, quelle che in certi esami del sangue compaiono con la sigla IgE. Potrà essere curioso osservare come i due abbiano cominciato prestando attenzione alle reazioni abnormi sviluppate a seguito della somministrazione del vaccino antivaioloso, un farmaco che, come tutti i suoi “colleghi” vaccini, contiene sostanze biologiche appartenenti ad organismi che non sono quelli dei riceventi. Tanto per chiarire, esistono numerosissime sostanze apparentemente innocue che innocue sono solo se affrontate in certe maniere. Giusto a titolo d’esempio, che cosa c’è di più teneramente innocuo del latte della mamma? Ebbene, se una piccola quantità di quel latte venisse iniettata nel sangue del bambino (o di qualunque adulto Rambo), la morte sarebbe sicura e interverrebbe in un fiat. La reazione si chiama anafilassi, ancora una volta un nome costruito artificialmente dal greco con il significato di “protezione al contrario”.

In un sessantennio dai primi studi ci si è accorti che il fenomeno è molto più complicato di quanto i due scopritori sospettassero e dal 1963 le forme di ipersensibilità nei riguardi di certe sostanze un tempo raggruppate sotto il nome comune di allergie è stato diviso in quattro gruppi diversi. Comunque sia, a costo di essere tacciato di semplicismo, vedrò di semplificare al massimo il fenomeno dell’“attività estranea” e della “protezione al contrario” come lo vedo io dal mio punto di vista di ricercatore di nanopatologie, le malattie da micro- e nanopolveri.

I primi ventiquattro anni della mia vita io li ho passati in una farmacia di campagna, una campagna che assomigliava molto al Far West. Come ovvio, era in farmacia che venivano i malati (a dire il vero di malati ce n’erano ben pochi) e tra loro, per forza, sarebbe dovuto arrivare chi soffriva di pollinosi, vale a dire dell’allergia al polline di determinate specie vegetali. Facendo uno sforzo di memoria, ricordo solo mia madre che, al tempo della fienagione, faceva qualche sternuto. Non altri. Eppure la campagna doveva pullulare di pollini.

Trasferitomi in città dove di vegetali non è che ce ne fossero tanti, con una certa sorpresa mi accorsi che gli sternuti da quella che si chiamava “febbre da fieno”erano ben più numerosi e, con il passare del tempo, la frequenza aumentava. Qualche amico si faceva preparare vaccini su misura e si sottoponeva a somministrazioni periodiche che si protraevano anche per anni, ma gli sternuti non diminuivano e così le lacrime e gli occhi gonfi fino a episodi di asma. In definitiva, quei farmaci risultavano non solo seccanti da assumere ma perfettamente inutili. Solo dopo un bel po’ di anni io mi sono dato una spiegazione, anche se di quella spiegazione non ho tutte le prove necessarie nel campo della Medicina, un campo dove la Scienza non è sempre benaccetta e non troppo di rado è fraintesa. Sembrerà strano, ma l’ipse dixit di triste origine applicata ad Aristotele per quello che Aristotele non si sarebbe mai sognato di dire, qui è ancora vivo e vegeto. Basterà ricordare come uno studioso reputato grandissimo, tale Alexander Von Winiwarter, avesse sbagliato a contare i cromosomi umani e glie ne risultassero due in soprannumero rispetto a quelli che noi abbiamo per davvero. Per anni nessuno ebbe il coraggio di smentirlo, pur avendo in tantissimi costatato nel segreto dei loro laboratori che quelli sono 46 e non 48. E 48 restò a lungo la dottrina. Ma torniamo a noi.allergie-e-intollerenze-polline
Molti pollini hanno una superficie rugosa e su quella superficie le particelle di polvere hanno molta probabilità di aggrapparsi e di annidarsi. È fin troppo ovvio che l’aria cittadina è ben più carica di polveri inquinanti di quanto non sia quella campagnola e non credo ci si sorprenda se i pollini “si sporcano”. La polveri secondarie, quelle che originano dalla condensazione dei gas da combustione con altri gas presenti nell’aria mi pare che possano figurare a buon diritto tra gl’imputati. ll mio sospetto, e sottolineo che si tratta di un sospetto e niente di più, è che in più di un caso l’allergia non sia in realtà rivolta al polline in quanto tale ma al polline che si porta addosso un po’ di granelli inquinanti come passeggeri clandestini, una condizione alla quale l’uomo non ha avuto tempo di adattarsi né, forse, ne avrà modo, stante la varietà indefinita di veleni che rovesciamo con lena infaticabile nell’ambiente. Forse chi prepara i vaccini dovrebbe considerare questa possibilità, se non altro per controllarne la consistenza e, magari, per smentirla.

Chiedendo venia per le mie incursioni autobiografiche, ricordo la mia infanzia lungo tutti gli Anni Cinquanta. Erano quelli i tempi in cui si era appena usciti da una guerra rovinosa e i tempi in cui ci si rimboccavano le maniche senza aspettare aiuti piovuti dal cielo. Alle case ridotte in macerie (io ci giocavo dentro) si sostituivano quelle nuove costruite a suon di cambiali e spesso, almeno nel mio Far West, messe mattone su mattone dai proprietari. Dovunque s’impastava e si maneggiava cemento sporcandosi mani e braccia. La sera ci si lavava e il mattino dopo si tornava al lavoro. Ora, da un po’ di anni, i muratori indossano, tutti senza eccezione, robusti guanti protettivi. Questo non certo perché si siano fatti schizzinosi ma perché, non lo facessero, non pochi di loro tornerebbero a casa con le mani gonfie, arrossate e, magari, sanguinanti. La spiegazione è semplice: oggi al cemento si mescola la cenere che viene dalla combustione dei rifiuti, una maniera sicura per togliere quella porcheria dalla vista. Dalla vista ma non, ahinoi, dall’interferenza con gli organismi. Quella cenere contiene quantità enormi di sostanze tossiche, molte delle quali nemmeno individuate, non fosse che per l’incostanza chimica di quelle ceneri. E tra le sostanze tossiche spiccano le particelle di metalli pesanti: nickel, ad esempio, un elemento ben noto per provocare robuste forme di reazione di cui molte signore, impossibilitate come sono ad indossare bigiotteria quasi sempre contenerne quel metallo. Ma le conseguenze dell’ennesima follia di chi ammette nei confini della legalità una pratica che supera i limiti del grottesco non si fermano ai muratori. Il cemento è parte integrante delle nostre case e il suo contenuto di sostanze tossiche potrebbe non essere estraneo a quella che l’Organizzazione Mondiale della Sanità classifica come Sick Building Syndrome, cioè la sindrome dell’edificio malato, una situazione sconosciuta fino a non molti anni fa in cui gli abitanti di un edificio manifestano segni d’intolleranza nei riguardi dell’ambiente chiuso. Non si creda che la condizione sia rara: l’Arpa Emilia Romagna riporta come negli edifici pubblici ne soffra tra il 15 e il 50% degli occupanti. Le cause possono sicuramente essere molteplici, dalla presenza di muffe alle sostanze gassose emanate, per esempio, dai mobili di costruzione recente, ma un’occhiata alla composizione del cemento forse non sarebbe tempo perso. Certo, pare che nessuno tra chi potrebbe abbia voglia di farlo: il business dei rifiuti nei cementifici è tutt’altro che trascurabile.

E, a proposito del business dei rifiuti, il più vistoso è indubbiamente quello legato all’incenerimento, un business dove politica e malavita diventano in più di un’occasione indistinguibili. Gl’impianti in cui si brucia pattume vario scaricano nell’ambiente quantità immense di veleni sia in forma gassosa sia in forma di particelle sottili ed ultrasottili della più varia costituzione chimica. È evidente che tutta quella roba, per di più mescolata insieme in maniera casuale e, come insegna la più classica delle tossicologie, in sinergia quanto ad aggressività, non può che indurre una collezione lunghissima di malattie dove le forme allergiche primeggiano. Non è un caso se negli ultimi pochi decenni le allergie nei bambini sono cresciute a dismisura.

Restando aderenti all’argomento delle reazioni abnormi ad uno stimolo esterno, un altro fenomeno di cui io non ho avuto contezza fino a pochi anni fa è quello della MCS, ovvero la sensibilità chimica multipla. Molto in breve e con tante sfumature che differenziano spesso anche i casi singoli, un numero crescente di persone manifesta reazioni violente quando incontra certe sostanze o gruppi di sostanze a volte anche di uso quanto mai comune. Qualche anno fa io fui invitato insieme ad alcuni medici (i politici declinarono l’invito, occupati come sono per prassi) ad una riunione di questi malati e, con l’invito, ricevetti una lista di raccomandazioni preventive, il succo delle quali era quello di non presentarsi dopo essersi lavati con saponi anche vagamente profumati, di aver usato deodorati, dopobarba e un elenco di altri prodotti. Iniziata la riunione, qualcuno tra i presenti cominciò a non sentirsi bene perché, a suo dire, c’era chi non aveva osservato le prescrizioni. Chi non ce la faceva a restare lasciò l’aula e la riunione andò avanti con i racconti dei pazienti, tutti racconti piuttosto inquietanti. E ciò che m’inquietò di più fu venire a sapere quale fosse la reazione della Medicina con la parrucca: la malattia non esiste perché la reazione non è proporzionata allo stimolo e perché ogni malato sembra essere diverso dall’altro. Dunque, impossibile compilare i burocratici protocolli terapeutici tanto comuni quanto avvilenti per la professione del medico, visto che ne assimilano la figura a quella di un robot. E, allora, si tratta di malattia psicosomatica, cioè, in definitiva, roba da matti e come matti quei rompiscatole vanno trattati. Sì: quei soggetti non sono particolarmente divertenti e chi ci s’imbatte dovrà sopportare con pazienza i loro racconti, e io ne so qualcosa. Ma so anche che vivere in un mondo diventato ostile sia nell’ambiente sia per quanto riguarda i propri simili da cui si è fastidiosamente allontanati è tutt’altro che piacevole. Anzi, a volte, nei casi più gravi, quella vita è un inferno e basta. Come troppo spesso accade, la Medicina non solo non capisce niente di una determinata patologia, ma non ha la minima intenzione di capirci qualcosa. Per rendersi conto della situazione si vedano le migliaia di quelle che si chiamano correntemente malattie orfane, cioè, senza giri di parole, quelle di cui la Medicina in grande, quella in cui girano i quattrini, s’infischia. Così, anche per la sensibilità chimica multipla, ecco schierato in campo il solito esercito di parole appartenenti ad un linguaggio criptato per i più, alla genetica che spiega anche perché non vinci quando giochi al lotto e alla sempre efficace psichiatria: non c’è niente che non vada nel tuo organismo: sei solo matto. Ecco, allora, che i pazienti sono imbottiti di psicofarmaci così da togliere qualche fastidio a chi li dovrebbe curare. Quanto alla reazione commisurata o no allo stimolo, molta della Medicina di oggi e, in particolare, la Tossicologia, soffrono ancora della dottrina di Teofrasto Bombasto Paracelso, medico, alchimista e astrologo svizzero della prima metà del Cinquecento che, per motivi non totalmente chiari, continua a fare scuola. Correttamente per quanto è il caso dei veleni che lui conosceva, è la dose a rendere quelle sostanze aggressive. Semplificando, al di sotto di una certa quantità i veleni classici non manifestano tossicità rilevabile. Se l’assunto è vero per quei veleni, non lo è per più di uno tra quelli “moderni”, comprendendo tra questi  le nostre nanoparticelle. Per loro la cosa è molto più complessa e, almeno per quanto se ne sa ora, risponde anche ad una spiccata stocasticità. Insomma, in poche parole, pare proprio che queste polveri colpiscano gli organi a casaccio anche se, forse, non è proprio così e qualche ragione per cui queste raggiungano un organo piuttosto che un altro potrebbe esserci. Per ora, per quanto è dato sapere, le polveri fini e ultrafini colpiscono a caso i vari organi e, questo con assoluta certezza, sono pure capaci di entrare nei nuclei delle cellule. In questo caso basta davvero poca roba per scatenare reazioni di assoluta gravità. Nell’eventualità di particelle che colpiscano un organo e non i nuclei cellulari, è evidente che la reazione sarà diversa tra organo e organo e ancora diversa a seconda della dimensione, della forma e della composizione chimica delle particelle stesse. Insomma, qui non si tratta di una sostanza perfettamente definita ma di qualcosa di quanto mai vario e variabile da cui pretendere “coerenza” è a dir poco ingenuo. Fino a che quella che ho definito Medicina con la parrucca non arriverà a conoscere il problema e ad accettarne con umiltà ed onestà l’esistenza ammettendo di avere toppato, cosa tutt’altro che rara, come sa chiunque abbia studiato un po’ di storia della Medicina, resteremo imprigionati alle parrucche, ai paroloni, alle pillole che rimbecilliscono e ad un’ufficialità che di scientifico rischia di avere ben poco quando non di stravolgere i fatti, costituendo una zavorra pesantissima al progresso.

E i fatti sono che l’ambiente che ci siamo creati intorno ha sempre meno a che fare con quello in cui la nostra specie ha cominciato a viaggiare nel cosmo su questo pianeta. Improvvisamente abbiamo riempito aria, acqua e terra di composti chimici la cui sorte biologica ci è totalmente ignota e, per non negarci nulla, abbiamo cominciato a produrre polveri sempre più fini e sempre più complesse per costituzione chimica. Senza che ci si sorprenda, di queste polveri si preferisce non sapere nulla. Molta di quella roba, polvere o altro veleno che sia, è solo prodotto collaterale di tecnologie che ci fanno comodo e, dunque, è meglio non parlarne per non disturbare il business. Comunque sia, è tutta roba alla quale il nostro organismo non ha idea di come reagire se non scatenando una guerra biologica interna che a volte può uccidere anche chi l’ha dichiarata. E la sensibilità chimica multipla, così come tante altre patologie di “attività estranea” e di “protezione al contrario”, si attaglia perfettamente allo scenario.

Ritornando alla Medicina come viene intesa oggi, faccio giusto un accenno ad una delle tante ipocrisie che la pervadono. La pratica vaccinale è ora diffusissima e della sua efficacia non ho intenzione di scrivere in questa occasione. Ciò su cui vorrei attirare l’attenzione è sui cosiddetti bugiardini, vale a dire i foglietti illustrativi che devono per legge accompagnare ogni farmaco. In quelli relativi ai vaccini viene scritta un’ovvietà: non si deve somministrare il prodotto a soggetti che manifestino reazioni di allergia o di sensibilità nei riguardi di uno o più componenti del prodotto. Tutto questo racchiude un indubbio lato comico: nessun produttore elenca davvero nella sua totalità ciò che è contenuto nel vaccino (tanto meno gl’inquinanti casuali) né il medico se ne preoccupa chiedendo lumi a chi dovrà ricevere il farmaco circa eventuali reazioni che abbia mostrato in passato né il soggetto è informato del fatto che potrebbe reagire male alla somministrazione. Va da sé che il consenso informato (informato ha un significato chiaro) da sottoscrivere obbligatoriamente prima della somministrazione non esiste proprio. Magari, ritornando a Clemens von Pirquet e Béla Schick e alle loro osservazioni primonovecentesche sul vaccino antivaioloso, peraltro un prodotto semplicissimo a confronto di quelli odierni, si avrà di che meditare.

Bizzarramente, la tecnologia che ora corre al galoppo e su cui i giocatori d’azzardo di quello che viene frainteso per progresso stanno puntando somme mai viste nel campo degl’investimenti tecnologici, è proprio basata sulle polveri, polveri fabbricate apposta in laboratorio delle quali si sfruttano alcune caratteristiche chimico-fisiche straordinarie. Ancor più bizzarramente, nessuno si è premurato di chiedersi che sorte toccherà ai prodotti che escono a getto continuo quando avranno finito di essere utilizzati e che cosa accadrà agli organismi quando si confronteranno con quelle particelle. Nella migliore delle ipotesi, ma per pura fortuna, non accadrà nulla. Appena meno fortunati saremo con le inevitabili allergie. Poi… Poi, chi lo sa? Io speriamo che me la cavo. Si dice che Dio protegge gli ubriachi, i bambini e gl’incoscienti. Speriamo non perda la pazienza.

Dott. Stefano Montanari

Diffondi questo articolo

PinIt