NANOPATOLOGIE: ovvero, come l’uomo si confronta con l’ ambiente.

AGGatti.jpg

di Antonietta M. Gatti

Da sempre l’uomo si deve confrontare con l’ambiente. È lì che trova il suo sostentamento primario: l’ossigeno e l’acqua senza cui non ci sarebbe vita sulla Terra o, almeno, non come noi la conosciamo. È da lì che iniziano a vivere i vegetali e gli animali di cui l’uomo si nutre.
Purtroppo, nella sua infinita quanto ingenua avidità, l’uomo si è dato a sfruttare il Pianeta non solo per sfamarsi ma per ricavare soldi, surrogato del cibo e tramite artificiale per ottenere privilegi non sempre e non proprio legittimi. È ovvio che, per essere strumento di privilegio, i soldi devono arrivare in poche tasche.
Questo sfruttamento va di pari passo con l’inquinamento del terreno con fertilizzanti, diserbanti, pesticidi, sostanze oggi quasi in ogni occasione artificiali che, partendo dall’idea condivisibile di far crescere sani e forti i vegetali, alla lunga, ma poi nemmeno tanto, quelle piante le ammazzano esplicando la loro tossicità anche sugli animali su fino all’uomo che quelle armi ha inventato e spianato illudendosi che fossero a suo beneficio. Spargere al suolo quei composti ha come effetto collaterale immediato quello di massacrare le cosiddette microflora e microfauna, quella sorta di minuscola e popolatissima jungla fatta di microrganismi e di animaletti modesti come, ad esempio, i vermi. Una jungla modesta sì ma essenziale e insostituibile per mantenere nel terreno la condizione indispensabile per garantire l’equilibrio delicatissimo sul quale corre la vita, una corsa che dovrebbe essere in punta di piedi e che,invece, noi uomini abbiamo trasformato in un assalto tumultuoso e forsennato all’interno di casa nostra.
Non posso non aggiungere che la presenza di composti tossici nel terreno può inquinare, e spesso lo fa, le falde acquifere e così concorrere a contaminare gli organismi di chi usa quell’acqua: animali, uomini, ma anche pesci di acqua dolce e salata, visto che le acque confluiscono necessariamente in fiumi che, poi, finiscono a mare. Credo sia inutile sottolineare che il mare non ha confini e, presto o tardi, ciò che si versa dalle coste di un continente si ritrova più o meno diluito ovunque. Forse qualcuno tra chi mi sta leggendo ricorderà di aver letto che il DDT, proibito da noi ma ancora usatissimo in Africa, si trova in grande quantità nel grasso degli orsi polari e che quegli orsi polari stanno subendo alterazioni genetiche drammatiche. E, se i veleni di cui imbeviamo la terra coltivabile sono micidiali, certo non da meno sono i rifiuti che interriamo a volte con la benedizione della legge, a volte con quella della mafia, comunque la vogliamo chiamare.
Ma inquinare l’acqua non bastava e l’uomo ha provveduto ad attaccare anche l’aria.
I gas e le polveri che vengono degli inceneritori, delle fabbriche, delle centrali termoelettriche , dai mezzi a motore si mescolano all’ossigeno, un gas senza cui proprio non ce la faremmo a vivere, e con lui entrano nei nostri polmoni facendo davvero sfracelli. Le nanopatologie di cui ci occupiamo noi ne sono una testimonianza evidente, anche se spesso si fa finta di non vedere o, peggio, si tenta goffamente di negarne l’esistenza stessa. Eppure quelle polveri sono capaci di condizionare non solo la nostra salute ma addirittura il futuro della specie, penetrando nello sperma e, seguendo altri percorsi, andando a scombinare quello che è il protocollo della nostra vita ma anche il nostro tallone d’Achille, vale a dire il
DNA.
Che fare? Io faccio la ricercatrice e il compito che mi sono accollato è quello di scoprire le cause di certi comportamenti patologici, in diversi casi riuscendoci. Non è a me che si devono chiedere soluzioni applicate. E, invece, non solo le soluzioni mi vengono chieste ma, a metà strada tra arroganza e ingenuità, mi si dice che, se io non ho le soluzioni in tasca, me ne devo stare zitta. E le soluzioni non devono nemmeno creare incomodo, ma essere una specie di bacchetta magica con tanto di “e vissero tutti felici e contenti.”
E allora? Beh, se proporre (ho detto proporre e non implementare) soluzioni spetta agli scienziati e ai tecnici, e noi di soluzioni ne abbiamo proposte eccome, è ai politici che spetta il dovere di selezionare quelle più adatte e, soprattutto, di metterle in pratica. La realtà, una realtà constatabile da chiunque, è che, in questo ambito, i politici si limitano a fiumi di chiacchiere, a emanare regole che spesso nulla hanno a che fare con i dati scientifici, a chiudere gli occhi su di uno scenario oggettivamente non tra i più tranquillizzanti. Basta rifarsi all’aria fritta delle varie convenzioni pro-ambiente, Kyoto in testa, o ai limiti quantitativi di legge per una miriade d’inquinanti, limiti senza un puntello scientifico su cui reggersi, per accorgersi della pochezza fino alla dannosità di una classe politica che, lungi dall’esserci utile, troppo spesso ci affligge. Intanto l’aria è sempre meno respirabile (e si veda, tra gli altri dati, peraltro non sempre disponibili a tutti, la concentrazione di anidride carbonica in una curva d’aumento sempre più ripida) e l’acqua potabile ogni giorno più scarsa, tanto da costituire uno dei prossimi, inevitabili, casus belli tra popoli diversi. Insipienza e corruzione sono i mali che affliggono i politici decisori ma, purtroppo, di quelle malattie soffrono molto di più coloro che da quelle non sono affetti, cioè le persone comuni, i cittadini trasformati in sudditi acritici.
È inutile raccontare frottole: da una parte dell’inquinamento che abbiamo provocato, per esempio quello che consiste in una bella quota delle polveri sottili e ultrasottili, non è possibile tornare indietro: quella roba esisterà per sempre sul nostro pianeta. Un’altra fetta, invece, è biodegradabile o la si può rendere più o meno inoffensiva con le tecnologie che già possediamo. Si partisse subito a fermare l’inquinamento e a lavorare sul serio per ripulire l’unico ambiente che possediamo, i vantaggi economici sarebbero enormi, tra l’altro con una spesa sanitaria immediatamente in diminuzione e così pure il numero di ore lavorative perse per malattia. Tutto questo senza menzionare le sofferenze di chi ha la salute rovinata dall’inquinamento, di chi ha in casa bambini che l’inquinamento ha fatto nascere malformati, di chi ha sempre meno accesso ad un’acqua decente.
Se la necessità di disporre di una classe politica onesta e capace diventa sempre più impellente e inderogabile, altrettanto lo è lo studio delle nanopatologie, vale a dire delle interferenze biologiche tra polveri e organismi viventi. Anche se annaspiamo sempre di più perché stiamo scivolando a velocità crescente, noi le soluzioni le abbiamo ancora. Il primo passo nella direzione giusta è quello di non lasciarci soli a combattere.

Diffondi questo articolo

PinIt