Prevenire è meglio che curare

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del Dott. Stefano Montanari

Se si va a consultare la vecchia letteratura medica, quella fatta di singoli episodi e non di grandi numeri, quella risalente a quando l’uomo era un individuo e non un pollo di una batteria superaffollata,  si vede chiaramente che il cancro era una malattia tutt’altro che comune. Quando si fa notare questa evidenza a chi è del mestiere, la risposta che spesso si riceve a mo’ di spiegazione è che un tempo le diagnosi erano meno affidabili e che la vita media era più breve, cosicché, dunque, non si faceva in tempo a sviluppare la malattia. Il che implica il concetto che il cancro sia una patologia che colpisce di preferenza i vecchi, cosa del tutto vera, se non fosse che oggi si assiste ad un aumento velocissimo non solo in chi vecchio non è affatto, ma addirittura nei bambini e, tanto per la precisione, c’è chi nasce già con il cancro. Chi ha voglia di fare un salto in laboratorio da me o avrà la pazienza di leggere uno dei miei libri ne potrà avere ampia dimostrazione.

Solo in Italia, ogni ora, ventiquattro ore al giorno, sette giorni la settimana, più o meno una trentina di persone muore di questa malattia che spesso si evita di nominare (“ci ha lasciati dopo aver lottato contro un male incurabile”) come se questo la allontanasse dalla quotidianità relegandola tra ciò che è politicamente scorretto e che non ci appartiene. Si arriva perfino al grottesco di cambiare ubicazione ad un cancro. Giusto a mo’ d’esempio, un noto cantante delle mie zone morì oltre vent’anni fa di cancro al cervello ma, per la gente, quel cancro fu ai polmoni.

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Chi s’incanta ascoltando i santoni che, melliflui e rassicuranti, pontificano sull’argomento, è sicuramente convinto che la malattia è sotto controllo, che le statistiche di guarigione sono confortanti, che le terapie moderne sono spesso risolutive… Tutto bello. Peccato che non sia vero.

Nei fatti il cancro è assolutamente fuori controllo, una patologia di cui a volte non si conosce o, spesso, si preferisce non conoscere, l’origine. L’incremento di casi è vertiginoso e le classi di età colpite tendono ogni giorno di più all’omogeneità. Nella nostra esperienza, poi, noi vediamo sempre più spesso cancri doppi o tripli, vale a dire due o tre tipi diversi di tumore nello stesso soggetto, una cosa che non ha riscontro nella “normalità” riferita anche solo a pochissimi anni or sono. Le statistiche di sopravvivenza sono in genere stilate a cinque anni, dando per burocraticamente guariti coloro che superano di un giorno quel termine. In più, per “non allarmare” e per mantenere uno dei business più fiorenti in campo farmaceutico e medico, si spacciano non troppo di rado le morti per cancro o, comunque, di malati di cancro, come causate da altra patologia: embolia, infarto, ictus, edema polmonare e quant’altro. Quanto alle terapie farmacologiche, temo sia difficile attribuire agli anti-cancro del 2014 proprietà terapeutiche e margini di sicurezza sensibilmente migliori di quelli risalenti a qualche decennio fa. L’aumento non è quello dei successi se, magari, si eccettua forse qualche miglioramento nei tempi di sopravvivenza, ma è quello dei costi, con vantaggi economici smisurati per Big Pharma e prosciugamenti nelle casse degli stati che si riflettono nella difficoltà fino all’impossibilità di offrire assistenza adeguata a chi soffre di altre patologie. Chi ha esperienza sulla propria pelle sa che quasi in ogni caso quelle terapie sono devastanti e il sospetto che a volte si muoia di cura piuttosto che di malattia non pare così campato per aria. Le armi di cui possiamo disporre ora sono forme di prevenzione secondaria (quella che non mira ad eliminare le cause ma individua solo precocemente un cancro in atto) migliore di un tempo che, nei casi affrontabili con la chirurgia, concedono qualche probabilità in più al paziente di cavarsela o di allungare la vita. Questa seconda eventualità costituisce una vera manna per l’industria farmaceutica. I casi di guarigione completa, però, pur esistendo, non sono numerosi. Non di rado il cancro ricompare dopo qualche anno, magari sotto altra forma, ma di cancro, cioè di cellule impazzite, sempre si tratta.

A questo punto, ci sono i “viaggi della speranza”. Si va, magari, in America sperando che là dispongano di strumenti migliori dei nostri. Lasciando da un canto i casi di malasanità imputabili ai medici, alle strutture o al sistema sanitario nostrano che spesso comporta tempi geologici nella sola diagnosi, è opportuno sapere che i protocolli di cura sono identici dovunque e, per questo, qui o là non fa differenza. Qui o là il paziente viene inserito in modo automatico in un percorso terapeutico predeterminato a seconda del tipo di tumore e, se i risultati non sono quelli sperati, nessuno pensa a cercare un’altra strada. Insomma, se il paziente non risponde al trattamento, sono fatti che riguardano solo lui. Il medico alza le braccia certo che, se ha seguito passo passo ciò che sta scritto sul protocollo-breviario, nessuno potrà avere a che ridire, e avanti il prossimo, sperando per lui che sia più “collaborativo”. Insomma, non si cura un paziente, cioè, etimologicamente, un sofferente, ma un caso numerato che deve forzatamente adattarsi allo schedario. E, allora, davanti ai palesi insuccessi, ecco le cure cosiddette alternative, a volte dettate da qualche razionale, non raramente in mano a veri e propri criminali. Occorre ammettere che, a volte, anche le cure più stravaganti funzionano, nel senso che, pragmaticamente, conseguono o paiono conseguire in una guarigione o pseudo-tale. Il motivo è semplice: l’organismo di tutti, indistintamente tutti, gli esseri viventi tende naturalmente a riportarsi in uno stato di benessere. È più che possibile che ciascuno di noi abbia contratto un tumore nel corso della sua vita senza accorgersene, e l’organismo si è guarito per i fatti suoi. Molte cure cosiddette alternative sono di fatto prive di azione terapeutica ma, se non sono nelle mani di qualche sconsiderato, sono innocue, cioè non devastano l’organismo indebolendolo fino a portarlo alla cachessia, vale a dire una condizione in cui l’organismo non è più capace di difendersi dalle aggressioni, e quelle dei farmaci chemioterapici sono aggressioni che non scherzano. Dunque, con quelle cure, nella migliore delle ipotesi di supporto alle difese naturali, si lascia che l’organismo metta in campo le sue armi e combatta. Nei fatti le sconfitte sono frequenti, ma sarebbe interessante confrontarle davvero, senza dati taroccati come abitualmente ci vengono serviti, con i risultati della chemioterapia. E sarebbe pure interessante confrontare la qualità della vita. Sia chiaro: io non ho nulla contro i farmaci (dopotutto sono laureato in farmacia), ma l’onestà la pretendo.

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E, a proposito di dati taroccati, è impossibile non menzionare le notizie che ci piovono da TV, radio, giornali e, soprattutto, Internet. Quasi non passa giorno senza che arrivino annunci roboanti di qualche scoperta straordinaria nel campo dell’oncologia. La genetica, poi, è una vera miniera: se si hanno gli occhi strabici, è un problema di genetica, e lo è pure se si vince al lotto, se si va sotto il tram, se proferiamo le pere alle banane o se siamo tifosi dell’Entella. Poteva mancare il cancro? Nessuno si chiede come mai il DNA sia diventato improvvisamente così malignetto da trasformare in cellule cancerose quelle che, per loro natura, stavano benissimo solo una generazione fa.

La ricerca? Sì, c’è, ma mentre quella cammina zoppicando, il cancro corre come la mitica Atalanta. L’impressione è che, magari facendo di ogni erba un fascio, i centri di ricerca abbiano come scopo principale quello di sopravvivere, e la sensazione non vale solo per i centri dedicai ai tumori. Parlando di ciò che mi compete, noi abbiamo dimostrato con chiarezza che le polveri inquinanti entrano nell’organismo, si comportano da corpi estranei innescando forme infiammatorie che diventano cancri, ma si preferisce far finta di niente. Combattere quell’origine, un’origine che certamente non è l’unica ma altrettanto certamente è sempre più importante, significherebbe cambiare sostanzialmente un certo modo di vivere cui non si vuole rinunciare e significherebbe pure chiudere i rubinetti di una serie imponente di business. Dunque, fingiamo che tutto questo non esista e scaliamo la montagna attaccandola da una parete infinitamente più impervia.

Per concludere, la Natura è concepita in modo da ucciderci tutti, e su questo credo non ci possano essere contestazioni. Morire di cancro, però, è una modalità che, oltre a non essere obbligatoria, è piuttosto sgradevole. Il mio parere è che il nostro comportamento sia la maniera peggiore per andare verso la sorte che tutti, ci piaccia o no, prima o poi affronteremo.

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