"Tu potresti curare il mondo se cambiassi dentro te stesso ciò che vorresti cambiare negli altri." (intervista a Stefano Montanari)

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Roberta Doricchi ha intervistato telefonicamente il dott. Stefano Montanari a proposito delle condizioni in cui si trova il territorio italiano.

Roberta Doricchi – Buon giorno, dottor Montanari, spero che non sia sott’acqua anche lei come sta accadendo a un po’ di modenesi.

Stefano Montanari – No, per mia fortuna io sto all’asciutto. Del resto, però, mi pare che nemmeno voi a Roma ve la passiate troppo bene quanto ad acqua.

RD – Che cosa sta accadendo più o meno dappertutto?

SM – Ormai è una situazione incancrenita: il cosiddetto dissesto idro-geologico è diventato quasi la normalità in Italia. Lo vede: basta una settimana di piogge per fare disastri.

RD – Perché?

SM – I motivi sono più d’uno, ma alla base ci sta costantemente la nostra miopia, la nostra superficialità, l’incompetenza di chi competente dovrebbe essere e, spesso, una buona dose di stupidità. Basta accendere la TV per vedere servizi tra lo spettacolare e il piagnucoloso su allagamenti un po’ dovunque, a volte c’è la voce fuori campo di qualche giornalista che accenna al fatto che i guai siano in grandissima parte dovuti ad una conduzione balorda del territorio, ma si tratta di accenni e nient’altro. Pensi solo, giusto a titolo d’esempio, a quanto è successo e, temo, succederà ancora, a due passi da casa mia. I due fiumi che passano al largo di Modena scorrono ad una quota superiore a quella di campagna e, per contenerne le piene periodiche, si sono scavate casse d’espansione, cioè grandi bacini in cui l’acqua in eccesso può riversarsi. Le casse, però, non coprono tutte le evenienze. Molto prima si erano eretti degli argini di terra destinati al contenimento delle acque quando il livello arriva a superare una certa quota. Vuole il caso che in questi argini abitino gruppi felici, almeno spero, e, comunque, numerosi di nutrie, i roditori importati ormai molti decenni fa dal Sudamerica per essere dovutamente scuoiati e fare dei loro non particolarmente bei mantelli le nostre pellicce chiamate di castorino, roba che ebbe popolarità un tempo. Ora le nutrie, sollevate dai loro doveri di fornitori di materia prima per l’abbigliamento e liberate nel territorio, scavano le tane negli argini riducendoli a veri e propri colabrodo. Come da costume nostrano, la manutenzione non c’è e i terrapieni cedono miseramente ad ogni minimo shock. A Modena sono crollati addirittura in un tratto di fiume rettilineo, cioè dove l’effetto dell’acqua dovrebbe essere relativamente poco aggressivo.

RD – Lei dice di una mancata manutenzione…

SM – In Italia il concetto pare dimenticato. Basta dare un’occhiata a Pompei, alle mura di Volterra e a un elenco quasi interminabile di altri monumenti. L’idea è che non si fa manutenzione perché non ci sono i soldi, salvo poi spendere cifre esorbitanti a guaio avvenuto, cifre che, comunque, non potranno risarcire che in parte infinitesima chi i danni li ha subiti direttamente. Ma a stupidità si aggiunge stupidità: ci sono comuni che i soldi ce li avrebbero, ma non possono – sottolineo: non possono – spenderli perché, lo facessero, infrangerebbero il cosiddetto patto di stabilità.

RD – Mentre per l’emergenza…

SM – Mentre per l’emergenza i soldi, bene o male, da qualche parte saltano fuori. Di fatto ci sono circostanze in cui, per intervenire al mantenimento di una qualunque opera, è indispensabile il previo disastro.

RD – Dunque, un problema di gestione politica.

SM – Sì, ma non cadiamo nella tentazione di scaricare altrove anche le nostre responsabilità. Giusto per citare, se posso, un piccolo episodio personale, diversi anni fa, negli Anni Novanta, mi capitò di attraversare un ponte sul fiume Sarno in Campania in compagnia di un collega del posto. In quel momento l’alveo era asciutto ed era occupato da una massa incredibile e anche pittoresca di ogni cosa: vecchi elettrodomestici, mobili dismessi, persino – lo ricordo bene – un letto. Era fin troppo ovvio che una piena del fiume avrebbe trascinato via con violenza tutta quella roba scagliandola chissà dove, e questo dissi conversando con il mio compagno di viaggio. Manco a farlo apposta non passò molto che la piena arrivò con tutto quanto era fin troppo facile prevedere, la pioggia causò pure smottamenti e frane e ci fu il disastro con tanto di morti. Da queste situazioni, di varia gravità e tutt’altro che rare, noi non impariamo niente. Guardi in Liguria al treno che penzola sul mare fatto deragliare da una specie di spianata casalinga costruita stoltamente dove non  sarebbe mai dovuta essere e scivolata più in basso, proprio verso i binari. Quanto costerà l’incidente alla comunità – perché saremo noi a pagare per la sconsideratezza di qualcuno lasciato agire fuori di ogni controllo razionale – credo non lo sappia nessuno. Per ora l’unico lato positivo della vicenda è costituito dagli affari fatti dai bar della zona affollati di turisti del macabro che si godono il disastro. Ma di situazioni analoghe non c’è che l’imbarazzo della scelta.

RD – Però mi pare che siamo in una situazione eccezionale, che mai come ora si verifichino frane e che piova più del solito.

SM – Partiamo dalla pioggia. Sul medio periodo non è che piova più del solito: piove in modo diverso. Da poco tempo a questa parte abbiamo con frequenza mai sperimentata prima le bombe d’acqua, la definizione di moda per quelli che una volta si chiamavano nubifragi. Semplificando senza entrare in particolari e con il rischio di fare arrabbiare qualche meteorologo, questi fenomeni accadono a causa di un effetto serra particolarmente intenso, un effetto che è indispensabile per la conservazione della vita terrestre come la conosciamo ora ma che deve essere contenuto entro limiti piuttosto stretti. Il riscaldamento eccessivo dei mari porta alla necessità di dissipare enormi quantità d’energia con una differenza di temperatura troppo alta tra il livello zero e le quote in cui il vapore acqueo si condensa per dare luogo alla pioggia. Così quell’energia si scarica con una violenza insolita sotto forma di nubifragi, con la conseguenza che il suolo non è capace di smaltire tutta quell’acqua in così poco tempo.

RD – Lei sta dicendo che la colpa è della pioggia strana.

SM – Vediamo di chiarire. Che la pioggia strana, come la definisce lei, ci sia e ci stia prendendo un po’ di sorpresa è un fatto innegabile. Che la Terra sia soggetta a variazioni anche ragguardevoli del clima è un fatto altrettanto innegabile, ma non bisogna cadere nell’ingenuità di credere che una variazione vistosa avvenga nel giro di pochi anni. In genere si parla di secoli quando non, addirittura, di millenni. L’equilibrio su cui si basa tutta la vita del Pianeta di oggi è quanto mai delicato e basta davvero un nonnulla per alterarlo. E questa alterazione noi la stiamo provocando con lo scarico in atmosfera di gas che vanno a rafforzare l’effetto serra. Di sola anidride carbonica ne produciamo 50.000 tonnellate ogni minuto, e questo a dispetto degli impegni che moltissimi governi hanno preso per limitare il problema. Per motivi che uno psicologo delle masse potrebbe spiegare molto meglio di me, parecchi di noi continuano a credere o, meglio, a voler credere, che tutto questo sia ineluttabile. Mi ha fatto sorridere, ma con molta amarezza, sentire ciò che è uscito dalla bocca di Peter Brabeck, il presidente della Nestlè, al recentissimo summit di Davos parlando di clima. Molto in sunto, il personaggio ha affermato che noi uomini non c’entriamo per niente con il riscaldamento globale, che la pezza ce la deve mettere Dio, forse visto come dipendente della multinazionale, e che noi, da parte nostra, dobbiamo darci una mossa ad adattarci alla situazione. Detto tra parentesi, consideri che Brabeck era al summit Wef (World Economic Forum) di Davos in qualità di presidente del meeting Water Resources Group che si terrà nel 2030, dove ci saranno imprese, governi e società civile tutti impegnati a trovare soluzioni vere alla scarsità di acqua potabile perché con le chiacchiere la sete rimane. Aggiungo che il Pianeta, comunque interferiamo con il suo equilibrio, troverà sempre una propria stabilità, anche se non è detto che quella nuova ci piacerà particolarmente.

RD – E le frane?

SM – Beh, un rispetto e una cura diversa del suolo aiuterebbero moltissimo. Se solo si va a guardare al disboscamento dissennato di cui è vittima il Pianeta, ci si può rendere conto di una situazione che diventa ogni giorno di più difficile da recuperare. Al di là di piogge e frane, pensi alla necessità inderogabile di ossigeno che abbiamo per vivere, e questo ossigeno ci arriva in grandissima parte dalle piante verdi, massimamente, per estensione, quelle delle foreste tropicali ed equatoriali. Solo l’Indonesia azzera 49 chilometri quadrati di foresta ogni giorno per coltivare palme da olio, e forse peggio avviene in Brasile. Ma, tornando all’argomento, credo sia noto a tutti che le montagne, specie se sono vecchie e con una geologia come hanno gli Appennini, hanno bisogno degli alberi per non franare. Sono le radici a svolgere egregiamente il lavoro. È ovvio che, disboscando, si rischia la frana. Se si va, per esempio, in Calabria, si può constatare come siano stati costruiti impianti per la produzione di energia ricavata principalmente dalla combustione degli alberi. Nella sola Strongoli, un paesino del Crotonese, c’è una centrale che incenerisce la bellezza di 450.000 tonnellate all’anno di alberi e molti di questi provengono dalla devastazione dei monti calabresi i quali altro non possono fare se non franare. E franano. Tutto questo giustificato, se mai si può giustificare uno scempio simile, da una bugia clamorosa: l’Italia ha bisogno d’energia.

RD – Non è così?

SM – Si vada a leggere ciò che dice da anni l’Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas, l’ente dello stato garante in materia, e si accorgerà che noi abbiamo una capacità produttiva che supera di quattro o cinque volte il fabbisogno. Lo dice lo stato. La situazione di Strongoli è soltanto particolarmente vistosa rispetto a molte altre e forse è possibile solo in certi contesti di cui non ho alcuna intenzione di parlare, ma, pure in proporzioni minori, è diffusa in tutto il Paese. Noi stiamo distruggendo il territorio privando le generazioni future di ciò che appartiene a loro, e lo facciamo per motivi non certamente nobili e, soprattutto, non certamente razionali.

RD – Non è una fotografia consolante.

SM – Faccia lei. Dopotutto il soggetto della fotografia lo abbiamo scelto noi. Consideri anche un altro aspetto: quello del consumo di territorio. Viaggiando per l’Italia è impossibile non imbattersi in abitazioni abbandonate, a volte non più che ruderi, a volte costruzioni che necessiterebbero appena di pochi interventi per essere ripristinate. Poco oltre si trovano quartieri di case nuove disabitate senza prospettiva di vendita o di affitto. Stessa cosa avviene con i capannoni artigianali e industriali. Tutto questo comporta un consumo del territorio che è, di fatto, senza ritorno. Restando ai numeri, noi perdiamo irreversibilmente otto metri quadrati d’Italia al secondo e ognuno di noi ha già sacrificato per sempre 350 metri quadrati del nostro territorio, un sacrificio che aumenta quotidianamente. Tanto per fare un esempio di eredità sottratta ai nostri figli, prendiamo la miriade d’impianti di produzione energetica cosiddetti a biomasse di cui ho accennato parlando di Strongoli. Questi prosperano grazie ad una delle tante follie sospette messe in scena dai nostri politici, quella che regala caterve di denaro pubblico a chi produce energia inutile razziando l’ambiente ed attentando alla salute. In genere ognuna di queste centrali gode di un contratto di 15 anni che consente guadagni grassi, comodi e sicuri ma, arrivati a scadenza, non ci sarà più interesse per i gestori a continuare l’attività, visto che la produzione energetica di quegli impianti è a livelli fallimentari e non si regge senza le generose elargizioni pubbliche che dovrebbero cessare per fine contratto. Così le costruzioni dovranno essere smantellate e il territorio restituito alle sue condizioni ante operam.

RD – Mi pare corretto.

SM – Anche a me. Peccato che non avverrà. E non avverrà perché quelle bonifiche sarà tecnicamente impossibile farle e non avverrà perché le pur piccole opere di risanamento fattibili non saranno fatte per la semplice ragione che nessuno ci metterà i quattrini necessari.

RD – Ma non esistono garanzie in proposito?

SM – A volte, ma tutt’altro che frequentemente, esistono fidejussioni a garanzia degli interventi, ma si tratta di somme che definire irrisorie sarebbe regalare loro molto più di qualcosa. Con quei soldi, quando ci sono, si metteranno al massimo le recinzioni e i cartelli relativi ai lavori che, peraltro, non si faranno. Intanto il territorio sarà perduto per sempre, e a farne le spese saranno pure le falde acquifere, senza parlare di altri aspetti fondamentali per la nostra vita come, tra gli altri, la biodiversità che solo una becera ignoranza permette d’ignorare. E, come d’abitudine, chi ha pagato per mantenere gonfie certe tasche pagherà pure per i cocci che sono restati.

RD – Che cosa ne sa il grande pubblico?

SM – Poco o, quasi sempre, niente. Le informazioni non passano e, quando passano, arrivano talmente distorte da dipingere di rosa situazioni che più nere non potrebbero essere. Capita pure che chi cerca di diffondere i dati, addirittura i dati ufficiali dello stato come è il caso di quelli relativi alla capacità di produzione di energia paragonata al consumo effettivo, venga tacciato di ciarlataneria se non addirittura minacciato.

RD – A dare informazioni noi di Vita al Microscopio ci proviamo.

SM – Ma è sufficiente un articolo su un quotidiano a buona tiratura o una trasmissione in TV per incenerire tutto.

RD – Soluzioni?

SM – La vecchia frase ottocentesca di Josè Martì: “L’ignoranza uccide i popoli. Bisogna uccidere l’ignoranza.” E, magari, un impegno personale, un impegno davvero di ognuno di noi, illustrato bene in un’altra frase, stavolta di un cantante folk degli Anni Cinquanta, un certo Lee Hays credo sconosciuto ai più: “Tu potresti curare il mondo se cambiassi dentro te stesso ciò che vorresti cambiare negli altri.”

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