Intervista a Stefano Montanari: rogo di Prato, endometriosi, caso ILVA e centrali a biomasse.

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Roberta Doricchi ha chiamato al telefono il dottor Stefano Montanari.

Roberta DoricchiIn questi ultimi giorni sono accadute diverse cose importanti nel campo dell’ambiente. Qual è la situazione?

Stefano Montanari – Sì, è vero: sono accadute diverse cose e io confesso di essere non poco disorientato. Bisogna dire, però, che nell’indifferenza quasi generale, non passa giorno senza che ci siano novità. Bisogna anche dire che ambiente e salute sono due argomenti così strettamente correlati da non essere del tutto distinguibili e con riflessi pesantissimi anche sull’economia. Da dove cominciamo?

RD – Cominciamo da Prato.

SM – Prato… Prato è una specie di enclave dove vige di fatto un’illegalità ormai assurta a sistema, un sistema accettato, pare universalmente, in punta di piedi. Così nessuno si prende la briga d’intervenire, non fosse altro che per ristabilire quella legalità che ogni cittadino ha il diritto di pretendere dalla società. Della situazione tutti i toscani, i pratesi ovviamente in testa, sono al corrente. Io stesso, nelle rare volte in cui sono andato laggiù, ne ho sempre sentito parlare. E parlo di non pochi anni fa. Inutile descrivere la situazione se non limitandosi ad accennare a come a Prato ci siano capannoni e capannoni pieni nessuno sa di quante persone senza nome che là dentro lavorano senza sosta, mangiano e dormono e da là non escono mai. In quei capannoni si producono quantità inimmaginabili di abiti a prezzi stracciatissimi e quei prezzi sono stracciatissimi un po’ perché la qualità è a livelli vicini allo zero, molto perché il lavoro è tutto in nero. Dunque, un’economia che non transita attraverso le regole, salari e tributi compresi. Senza entrare nell’argomento delle tasse evase e senza parlare dei contributi pensionistici e delle assicurazioni, argomenti che sono un incubo per moltissimi imprenditori italiani tra Guardia di Finanza e, soprattutto, enti di esazione, ma che non esistono in quel contesto, mi chiedo che roba possa uscire da quelle specie di prigioni. Per esempio, e solo uno fra i tanti esempi possibili, siamo certi che i tessuti non contengano coloranti azoici, dannosi alla salute come sono? L’argomento non esiste perché nessuno sa e nessuno vuole sapere. E poi quei lavoratori: in che condizioni igieniche vivono? E in che condizioni di sicurezza? Le autorità di controllo, di cui non abbiamo altra abbondanza in Italia, ignorano tutto questo come se non fosse affar loro. Del perché non ho idea, anche se indicare la semplice pigrizia mi pare poco credibile. È chiaro che situazioni come queste sono disastrose: dalle malattie mai censite e probabilmente mai curate fino alle morti. Noi non sappiamo nulla di quegli esseri umani ben che vada paragonabili a formiche. Pensi che delle vittime del rogo di Prato non si conosce nemmeno il nome se non, mi pare di aver sentito, per uno di loro. E nessuno dei colleghi, o, meglio, dei compagni di prigionia, sembra disposto a parlare. Noi non sappiamo nulla perché non vogliamo sapere nulla perché sapere c’infastidisce. Al massimo, se c’è un guaio che non si può proprio nascondere, si versano due lacrimucce pubbliche, si indice una giornata di lutto cittadino e non se ne parla più. Logicamente, poi, volendo essere molto crudamente pragmatici, da questa situazione lo stato non ricava nulla in termini di tasse e la concorrenza regolare, quella che le tasse le paga e che viene controllata in maniera spesso quasi maniacale e altrettanto spesso vessatoria, viene sconfitta a mani basse. Insomma, a chi serve tutto questo?

RD – Vogliamo spostarci a Taranto?

SM – Ormai la tragedia ILVA è nota a tutti. Io andai laggiù nel marzo del 2008 e tenni una conferenza pubblica dicendo esattamente ciò su cui oggi si strepita. Come sempre accade, allora nessuno mi prestò attenzione. Non che io ci avrei potuto fare granché, ma mi pare sia ovvio che, si fosse cominciato allora a dare interesse ad un problema noto e visibile a chiunque abitasse nella zona, forse qualcosa si sarebbe potuto risparmiare sia in termini di ambiente sia in termini di salute. In questi ultimi giorni qualcuno sta cominciando a portare all’attenzione generale, un’attenzione che, ne sono certo, non avrà seguito, il fatto che a Taranto si verificherebbero casi di endometriosi con una frequenza a dir poco insolita.

RD – Di che cosa si tratta?

SM – Molto in breve, è una condizione spesso dolorosa che interessa il tessuto uterino. Sintomi vistosi, oltre il dolore, sono il sanguinamento, la sterilità, la tendenza ad abortire, la stanchezza cronica… Sulle cause c’è molta incertezza ma, come sempre più spesso accade, ci si sta accorgendo che l’inquinamento ambientale è pesantemente coinvolto nell’innesco della patologia. Ormai da anni noi abbiamo individuato micro- e nanopolveri inorganiche nel liquido seminale di diversi soggetti e, nel corso dell’atto sessuale non protetto da un preservativo, lo sperma inquinato entra necessariamente in contatto con i tessuti dell’apparato genitale femminile. Questo comporta diversi problemi, uno dei quali è la cosiddetta Malattia del Seme Urente. La donna che ne soffre sviluppa, a causa delle particelle arrivate con lo sperma, piaghe dolorose e sanguinanti e non ci sarebbe la minima sorpresa se l’endometriosi di Taranto non fosse che un aspetto di questo problema.

RD La reazione delle autorità?

SM – La solita: si tenta d’ignorare le segnalazioni e si afferma che non ci sono prove, il che è del tutto ovvio, visto che il problema non è mai stato affrontato dal punto di vista delle nanopatologie, cioè delle malattie da micro- e nanopolveri. Mentre da una parte le conoscenze scientifiche e mediche ad alto livello sono prodotte e arrivano viaggiando alla velocità della luce, la burocrazia si trascina arrancando a passo di lumaca, e questo passo, spesso non solo in avanti ma anche all’indietro a mo’ di tango, è quanto mai funzionale a chi continua con le sue marachelle ambientali. Nessuna sorpresa e ormai nemmeno scandalo: è tradizione che da noi si ficchi la testa nella sabbia, salvo poi disperarsi per un po’ quando i buoi sono scappati da una stalla sempre aperta.

RDSi potrebbe iniziare uno studio sull’endometriosi di Taranto?

SM – Certo: la cosa sarebbe semplicissima.

RD – E perché non lo si fa?

SM – Perché siamo alle solite: gli interessi monetari di qualcuno che conta soverchiano quelli garantiti dal povero articolo 32 della Costituzione, quello che ci racconta come la salute sia un bene primario inalienabile. Ma, si sa, la Costituzione è ormai letteratura giuridica decrepita che non conta un fico secco e dalle cosiddette autorità c’è solo da sperare che non facciano troppi danni. Ma tornando allo studio tecnicamente possibile, se lo immagina che cosa accadrebbe? A condurlo verrebbero immediatamente chiamati enti e personaggi di tutta sicurezza, cioè quelli che garantirebbero senza rischi che non è stato trovato niente di anormale. Lo abbiamo già visto chissà quante volte per questioni più o meno sovrapponibili. Va da sé che tutto questo non ci costerebbe solo in termini di disinformazione regalando anche un alibi forte a chi continua ad avere interesse ad inquinare, ma convoglierebbe quattrini pubblici nelle tasche di qualche figurante immediatamente coinvolto nella commedia: figli, mogli, amanti, amici, amici degli amici…

RD – Ora, se vuole, cambiamo argomento: la Terra dei Fuochi.

SM – Argomenti che mi fanno perdere le staffe ce ne sono diversi. Questo, però, si distingue fra tutti. Io cominciai ad andare in quelle zone già dagli ultimi
Anni Ottanta e mi trovai già allora davanti un panorama spaventoso. A spaventarmi di più non fu il fetore né il fumo soffocante (due volte dovetti letteralmente scappare dall’albergo dove alloggiavo) né la marea di rifiuti a perdita d’occhio. A terrorizzarmi fu il fatto che tutti sapevano tutto, e quando dico tutti intendo non solo la popolazione locale ma le autorità di controllo e i politici. Tutti sapevano, tutti conoscevano i nomi dei delinquenti e non facevano nulla. Assolutamente nulla. Anzi, l’andirivieni di camion e di automobili che scaricavano ogni porcheria pensabile e che trasportavano i dementi che appiccavano il fuoco a tutto quanto è in qualche modo combustibile era continuo e alla luce del sole. Io facevo conferenze e la gente si schierava con me gridando che avevo ragione. Poi si usciva e quelli gettavano per strada il pacchetto di sigarette vuoto o il sacchetto di plastica pieno d’immondizia che avevano nel bagagliaio dell’automobile. Poi qualcuno mi accompagnava in albergo ed era impossibile non vedere personaggi che buttavano di tutto dove, poi, sarebbe passato il personaggio ormai istituzionale che avrebbe dato fuoco al mucchio. Automobili, furgoni, camion andavano e venivano nella più perfetta tranquillità e spesso chi piangeva davanti alle telecamere ero lo stesso che, quatto quatto ma non troppo, contribuiva all’avvelenamento del territorio, magari perfino ospitando nei suoi terreni i camion carichi di veleni che arrivavano e arrivano quotidianamente senza che nessuno alzi un dito. Ma non si creda che la cosa sia limitata alla zona a nord di Napoli: l’Italia è una mosaico di tessere molto simili l’una all’altra. Tempo fa un amico pugliese mi portò in visita ad un paio di discariche abusive: immani voragini colme d’immondizia avvolte in un lezzo nauseabondo che si avvertiva già a chilometri di distanza. Curiosamente queste discariche non solo abusive ma, come se non bastasse, allestite su di un terreno tufaceo e, dunque, permeabile, erano situate appena a monte di una sorgente d’acqua impiegata ad uso civile ed agricolo. Naturalmente nessuna autorità era ufficialmente al corrente di ciò che tutti sapevano e che io, venuto da parecchie centinaia di chilometri di distanza, mi trovavo davanti.

RDAdesso…

SM – Adesso, molto italicamente, la tragedia si tramuta in farsa. Un paio di settimane fa sono stato convocato a Roma con mia moglie. In una sala della Camera dei Deputati eravamo in una settantina, tutti a vario titolo coinvolti nelle vicende ambientali. In breve la proposta era: voi v’impegnate a studiare le modalità per disinquinare i territori inquinati e, prima di tutti, la famigerata Terra dei Fuochi. La parte comica della proposta era il finanziamento di quel lavoro: noi dovevamo sovvenzionarci da soli, lavorando non solo gratis ma a nostre spese. Prescindendo dalla bizzarria del copione, almeno un paio di cose vanno evidenziate. La prima è l’aspetto tecnico della cosa: di fatto la bonifica della gran parte dei territori inquinati, Terra dei Fuochi davanti a tutti, è impossibile. La prego di sottolinearlo: impossibile. Farsi illusioni è semplicemente a dir poco ingenuo. La seconda è la presenza tra gli esperti di alcuni personaggi di primo piano delle multiutility che hanno inquinato e che continuano ad inquinare, di enti di controllo che non hanno controllato e che continuano a non controllare se non fingendo grottescamente di farlo, e di politici di cui non voglio parlare. Qualcuno mi spieghi come, al di là della pretesa che si lavori per anni a proprie spese, ci si possa trascinare appresso una zavorra del genere, zavorra cui non dispiacerebbe di ostacolare i lavori semplicemente fingendo di operare come loro sono abituati a fare. A margine e senza grande importanza, quei personaggi non lavorerebbero affatto a loro spese ma sarebbero comunque stipendiati dagli enti per i quali prestano servizio. In pratica da noi. E qualcuno mi spieghi perché chi ha inquinato e spesso continua a farlo addirittura incrementando la sua attività non sia chiamato almeno a sostenere le spese di pulizia. Ma, ad ogni modo, inutile illudersi: la pulizia non ci sarà. La farsa, però, c’è, eccome. Come era facile prevedere, questa presa d’attenzione per la Terra dei Fuochi ha stuzzicato la fantasia, peraltro piuttosto ripetitiva, di qualcuno. Il Consiglio dei Ministri stanzia 600 milioni per le bonifiche più 300 per la regione Campania. Sapendo perfettamente che non basterebbe il bilancio di cento anni di Italia a pagare i danni e che, comunque sia, la terra intrisa dei tossici più aggressivi e le falde acquifere avvelenate sono tecnicamente inabbordabili, quei soldi finiranno dove chiunque non abbia l’anello al naso sa. Giusto una previsione: la Camorra non si dispiacerà per quei finanziamenti pubblici.

RD – E, allora, visto che ci siamo, cambiamo inquadratura e diciamo qualcosa sulle centrali a biomasse?

SM – Lei vuole proprio farmi arrabbiare. Anche qui siamo alla follia pura, una follia condita da arroganza e perfino da violenza.

RD – Violenza?

SM – Beh, consideri che sono appena andato alla stazione dei Carabinieri a presentare una querela verso un personaggio che mi ha minacciato dopo una mia conferenza tenuta in Toscana sulle biomasse. Ho avvertito i Carabinieri giusto per non far perdere loro tempo nel caso in cui mi si ritrovi con una pallottola tra le scapole. Scherzo, naturalmente, ma le minacce, velate o esplicite, per chi può costituire una seccatura ostacolando un business miliardario come quello della distruzione dell’ambiente sono all’ordine del giorno.

RD – Com’è la situazione per quanto riguarda le biomasse?

SM – Come sa, l’Italia si distingue tra tutti i paesi che si fregiano, non troppo di rado millantando i meriti, di essere civili. A differenza di ciò che accade altrove, noi paghiamo fior di quattrini a chi brucia immondizia e siamo diventati l’Eldorado per i piromani a scopo di lucro: più immondizia c’è, più bruci e più incassi. Nella contingenza attuale, però, di soldi ce ne sono pochi e, salvo eccezioni che, comunque, ci sono, non è facilissimo costruire inceneritori nuovi o aumentare la portata di quelli vecchi. Ma il giro dei quattrini coinvolge un sacco di bella gente e quel giro non si può arrestare e nemmeno rallentare, a pena di dover rinunciare a certe abitudini al lusso dolorose da perdere. L’espediente, allora, è quello di essere meno vistosi e, addirittura, di vestirsi da ecologisti. Il colpo di genio sono le centrali a biomasse, di fatto una miriade di piccoli inceneritori, non fosse altro che perché i rifiuti sono stati trasformati dalle nostre leggi in masse biologiche. Si tratta di minuscoli impianti, minuscoli se li si raffronta all’inceneritore di Brescia o di Acerra, che bruciano vegetali e deiezioni animali, non disdegnando rifiuti vari come, ad esempio, pneumatici fuori uso e immondizia urbana. L’ho detto: lo possono fare per legge. Oppure si lascia marcire quella roba e si brucia il gas che la fermentazione produce. Chiunque abbia nozioni di chimica, di fisica e di medicina non può non sapere che tutto questo genera gas e polveri non certo a beneficio dell’ambiente e della salute. L’Organizzazione Mondiale della Sanità è di una chiarezza lampante in proposito, ma, naturalmente, in Italia questa chiarezza non arriva. In aggiunta ci sta il cosiddetto digestato, vale a dire ciò che di solido o di semiliquido residua dal processo di fermentazione. Quella roba finisce sparsa nei campi spacciata per concime, e in quella roba c’è davvero di tutto, e quel di tutto ce lo ritroviamo inevitabilmente nei vegetali che mangiamo sia noi sia gli animali di cui a nostra volta ci cibiamo. Qualcuno di quegli impianti è enorme. Chi ha voglia di vederne uno smisuratamente grande che brucia direttamente vada a Strongoli, a pochi chilometri da Crotone, e sarà soddisfatto. La stragrande maggioranza delle centrali, però, è relativamente piccola e spesso gli abitanti della zona in cui sorgono non sono nemmeno al corrente della loro esistenza. Basta un giretto di pochi chilometri attraverso le nostre campagne per vederne diversi esemplari.

RD – Quanti ce ne sono in Italia?

SM – E chi lo sa? Non esiste nessun censimento. Tanti, comunque.

RD – Sono stati denunciati problemi di salute nei dintorni degli impianti?

SM – l’Italia è un buco nero in cui sparisce tutto. Oppure quel poco che non sparisce in embrione viene soppresso già al suo nascere. Salvo rare eccezioni i medici non sanno o, più spesso, non vogliono sapere. Dunque, siamo all’oscuro di tutto e, di conseguenza, non denunciamo niente. Succede la stessa cosa con gli incedenti da vaccinazione, tanto per citare un esempio in qualche modo analogo: è l’ignoranza di stato. Non è una sorpresa se  le autorità sanitarie sono latitanti o mute: ormai ci abbiamo fatto l’abitudine. I politici? I politici guardano ai loro miserabili interessi e quando, occasionalmente, alzano la voce, ben si guardano dal dare efficacia alla loro azione che altro non è se non una blandizie verso il potenziale elettore. Insomma, da noi di patologie non ci sono tracce. Ci sono, però, in Germania. Laggiù i non pochi casi di botulismo e di tetano da biomassa sono stati censiti dall’Università di Göttingen e così sono stati elencati gl’innumerevoli incidenti maggiori, di tanto in tanto anche con qualche morto, che funestano la vita delle centrali. Noi, però, viviamo nella più cupa ma anche più artificialmente tranquillizzante ignoranza di regime: i media non ne parlano e, quando raramente lo fanno, quasi sempre distorcono la realtà. E tra le curiose unicità di questo paese, noi vantiamo un’associazione che si proclama ambientalista impegnata a sostegno delle biomasse così come, un po’ meno apertamente, fa da tempo immemorabile con gl’inceneritori di rifiuti. Vedi Brescia, per esempio.

RD – Di che associazione si tratta?

SM – Di Legambiente.

RD – Ne usciremo?

SM – No.

Roberta Doricchi

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