Per fortuna che c’è l’ ARPA

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di Stefano Montanari.

Quando ero presidente del Consorzio dei rifiuti a Caserta ho chiesto la tracciabilità della diossina e degli altri inquinanti. Ho subito minacce, mi hanno lasciato solo e mi sono dovuto dimettere. Le ARPA italiane lavorano malissimo, le analisi si contano con il contagocce. Il motivo? Sono carrozzoni politici, senza alcuna indipendenza scientifica. Pubblicare dati negativi turberebbe il consenso politico, e il direttore di turno perderebbe la poltrona.

Le righe riportate appartengono a Vincenzo Pepe e risalgono ad un’intervista pubblicata da L’Espresso il 29 novembre 2007.

Se si dovesse compilare anche solo un elenco striminzito, ridotto al minimo, delle imprese di cui si è resa e continua a rendersi protagonista l’ARPA, l’ente (“agenzia” per chi non sa fare a meno di tradurre ad orecchio dall’inglese) regionale di protezione ambientale, non basterebbero tutte le pagine di questa rivista. Sia chiaro: quello che trapela ed è reso pubblico a livello generale non è che una frazioncina minima di quanto in realtà avviene.

L’ultima impresa sfuggita al coperchio di un pentolone di cui è impossibile conoscere la capacità e il contenuto è quella di pochi giorni fa relativa all’inceneritore (“termovalorizzatore” per i gonzi) di Melfi, in Basilicata, che, come tutti i suoi fratelli emette veleni. Qui come altrove l’ARPA locale si guardava bene dal comunicare i dati esatti e li edulcorava per non far perdere il sonno a chi di quelle esalazioni subisce inevitabilmente le conseguenze. Conseguenze che sottendono una lunga serie di rischi: malattie cardiovascolari, un bell’elenco di forme di cancro, aborti, malformazioni fetali e, senza voler andare oltre, malattie insospettabili per i non addetti ai lavori quale, ad esempio, il diabete. Come spesso accade, poi, non è solo l’aria ad essere avvelenata ma è pure la falda acquifera e, ancora secondo la tradizione, l’ARPA, chissà perché, non si era accorta di niente.

Un paio di funzionari è finito agli arresti domiciliari, una punizione che un tempo avrebbe destato un briciolo di stupore. Tanto per fare un esempio del perché dello stupore, qualche secolo fa chi inquinava i pozzi veneziani veniva condannato a morte e, pur non auspicando tanta severità, mi permetto di sollecitare un po’ più di rigore ai magistrati nel giudicare azioni criminali di questo genere. Il lassismo in cui siamo caduti mescolato all’ignoranza crassa che regna non permette  non solo ai magistrati ma anche al pubblico di rendersi conto pienamente della portata di questo tipo di delitto. Inquinare aria ed acqua significa attentare alla salute e alla vita stessa non solo di chi ha la mala ventura di vivere in zona ma pure delle generazioni che verranno. Molta di quella roba non è biodegradabile o, quando lo è, spesso pretende tempi lunghissimi. Dunque, si tratta quanto meno di una tentata strage, per di più perpetrata nella piena consapevolezza perché non è possibile pensare che i responsabili di un ente di protezione ambientale ignorino quale influenza l’ambiente eserciti sugli organismi umani.

Non si creda che la mancata comunicazione o la falsificazione dei dati sia una rarità. Basta riandare al dicembre 2006 per ritrovare l’ARPA emiliana da anni collusa con uno dei tanti mostri camuffati da impianti ecologici, nel caso specifico la centrale cosiddetta “a biomasse” di Bando di Argenta nel Ferrarese. Così come spessissimo accade, laggiù si bruciava illegalmente di tutto, parametri come la concentrazione di monossido di carbonio sfondavano persino i benevoli limiti di legge, la gente si lamentava da lungo tempo delle porcherie che piovevano dal cielo e i funzionari che avrebbero dovuto vigilare falsificavano con indulgenza i dati.

Il 18 aprile 2007 va a fuoco lo stabilimento De Longhi alle porte di Treviso con il rogo che parte dal capannone pieno di materiali plastici dove s’imballano i prodotti. La colonna di fumo nero era visibile fino a Venezia (io ero là per tenere una lezione e la colonna l’ho vista chiaramente) e una fuliggine nera cadde per ore su tutto e tutti in zona. Chiunque conoscesse un minimo di chimica avrebbe potuto affermare che la 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina, la diossina di Seveso, non poteva altro che essersi formata, e così tonnellate di polveri sottili ed ultrasottili. Che cosa accadde, invece? Il solito: l’ARPAV, con la V finale che sta per Veneto, rassicurò tutti immediatamente. Comunicato ANSA: “TREVISO, 18 aprile – Nessun allarme diossina nel rogo alla De Longhi. L’azienda non e’ tra quelle a rischio. Lo comunica l’ARPAV, al lavoro con una squadra. Inoltre, per il tipo di materiale incendiato non si ritiene che vi siano conseguenze per la salute dei cittadini.” Qualunque studente che avesse affermato un’idiozia del genere sarebbe stato rimandato a casa a studiare. Di fatto in quel caso la menzogna non fu solo un mancato allarme per la popolazione che, così, non fu in grado di difendersi almeno andandosene, ma fu spudorata. Le condizioni per la formazione di 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina c’erano tutte, per motivi tecnici determinarne la presenza richiede qualche giorno, minimo due, e non le poche ore intercorse tra incidente e comunicato, e per la determinazione occorre disporre di apparecchiature che allora l’ARPAV non aveva. Mesi dopo si analizzarono privatamente alcune uova di gallina per trovarne il tuorlo infarcito di diossina. Le conseguenze per i funzionari? Nessuna, naturalmente. Tra uomini di mondo…

Nel dicembre 2008  due funzionari dell’ARPA di Parma vengono arrestati. Falsificavano i dati di diverse industrie dietro il pagamento di mazzette.

Ancora nel 2008 nelle campagne romagnole viene disperso da anni materiale inquinante consegnato ad una ditta per lo smaltimento. Nessun rilievo da parte dell’ARPA.

Intorno all’inceneritore di Coriano (Rimini) ci sono grandi quantità di ceneri inquinanti disperse sul terreno (io ne ho anche analizzate). Nessun intervento dell’ARPA.

Da tempo è noto, ed è stato più volte denunciato dal compianto dott. Roberto Topino dell’INAIL, che in varie zone di Torino (zona del comprensorio della Spina 3, area Vitali, e precisamente nel quadrilatero compreso tra Via Borgaro, Via Verolengo, Via Orvieto e Corso Mortasa), esiste un notevole inquinamento da cromo esavalente. Secondo quanto mi comunicò il dottor Topino, in un pozzo la concentrazione ha superato di oltre 90 volte la massima consentita dalla legge, una legge già parecchio di manica larga. Per informazione, il cromo esavalente è un cancerogeno di classe 1 come l’amianto. L’ARPA non è mai intervenuta.

Nel gennaio 2008 viene sequestrato dalla Procura della Repubblica l’inceneritore di Terni (ho fatto io la consulenza). Le analisi (che erano a cura dei gestori dell’inceneritore!) erano state falsificate per anni senza che l’ARPA intervenisse.

Da anni i cittadini di Nonantola (Modena) lamentano la presenza di odori nauseabondi, cadute di sostanze oleose (io le ho analizzate a due riprese a distanza di tempo: dentro c’è nanoparticolato che viene con tutta probabilità dall’inceneritore situato a pochissimi km) e disturbi di carattere medico. L’ARPA non ha mai riscontrato niente.

Il 1° marzo 2010 il Corriere della Sera, certo non un giornale rivoluzionario, pubblica a firma Gianni Santucci la notizia, per nulla sorprendente, che l’ARPAL (L per Lombardia) falsifica sistematicamente i dati delle rilevazioni ambientali. Solo uno dei tanti (troppi) esempi possibili in zona: una centralina ARPA collocata a Monza rileva 101 microgrammi per normal metro cubo di cosiddette polveri sottili (in realtà polveri grossolane), ed è questo il dato comunicato alla popolazione. Di fianco, però, c’è la centralina sistemata dalla Commissione Europea per verificare il grado di attendibilità delle centraline ARPAL, e questa centralina segnala che non 101 ma 180 è il valore. Le conseguenze di anni di falsificazioni? Per i funzionari nessuna, per gli amministratori locali che non intervengono nessuna, per la popolazione…

L’inceneritore di Pietrasanta (Lucca) viene venduto all’azienda francese Veolia la quale si accorge che il sistema di rilevazione delle diossine è taroccato e denuncia il fatto alla magistratura. Per di più le diossine venivano scaricate in un torrente vicino che, ovviamente, sfocia nel mare vicinissimo. E l’ARPAT (T per Toscana)?  “Nessun problema per la balneazione, non ci sono tracce di diossina nei campionamenti fatti a valle dall’ARPAT.

L’anno scorso si scopre che grandi estensioni di terreno fertile intorno a Perugia sono da anni discariche abusive. E l’ARPA?

Qualche mese fa va a fuoco una parte dell’enorme inceneritore di Modena. Una nuvola nera pesante incombe sulla zona. La gente scappa. Arriva l’ARPA e controlla: è aria che più pura non potrebbe essere.

Non entro nell’inferno delle discariche campane perché qui c’è di che scrivere un libro parecchio voluminoso. Ad ogni modo, anche in Campania l’ARPA è latitante.

Basta: non voglio abusare della pazienza di chi mi legge, ma sia chiaro che questi sono solo pochissimi episodi tra i tanti di cui l’ARPA è triste protagonista sia per le sue collusioni sia per le sue assenze.

Ora qualche considerazione. L’ARPA è uno dei numerosi enti nostrani, dunque mantenuti dai contribuenti, che hanno per missione il controllo e la salvaguardia dell’ambiente. Enti sovrapponibili ne abbiamo a iosa, dai Carabinieri con il loro Nucleo Operativo Ecologico alle Guardie Forestali, dagli istituti d’igiene delle province alle unità sanitarie locali, dall’ISPRA (Istituto Superiore Per le Ricerche Ambientali) alle università. Abbiamo davvero bisogno di un ente pletorico (l’ARPA dell’Emilia Romagna ha il doppio del personale dell’ente omologo austriaco che copre tutta la nazione con una popolazione quasi doppia di quella emiliano-romagnola) che si presta a “tranquillizzare” la popolazione nascondendole rischi e pericoli (due concetti diversi tra loro)?  Quali sono i motivi per tenere in piedi un baraccone oggettivamente non solo inutilmente costoso ma pericoloso per la salute pubblica? Perché la magistratura interviene solo in casi rarissimi e le sanzioni, quando ci sono, sono minime? Non sarebbe più opportuno dedicare le magre risorse a disposizione ad intercettare meno “escort” di regime e più criminali che uccidono indiscriminatamente?

Ancora una volta, o ci riprendiamo le chiavi di casa o per noi, ma soprattutto per la generazione che seguirà la nostra, la più devastante per l’ambiente che mai abbia calcato questo pianeta,  non ci sarà scampo.

17 ottobre 2011                                                                                                                                                                                                                     Stefano Montanari

 

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